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In Call of Duty si combatte al ritmo di Afrojack

Alcuni contenuti di Black Ops III sono firmati dal deejay superstar, fan di lungo corso della saga

Il mix, termine per una volta fin troppo calzante, è di quelli da capogiro. Da una parte c’è Call of Duty: Black Ops III, videogame dei record in grado di raccogliere 550 milioni di dollari nel solo weekend del lancio e di piazzarsi costante e prepotente in vetta alle classifiche di vendita mondiali. Dall’altra c’è Afrojack, uno dei dieci deejay più influenti al mondo secondo la classifica di Dj Mag, il sesto più pagato in assoluto, capace di agitare folle in qualsiasi continente e raccogliere 22 milioni di dollari in un anno soltanto secondo i calcoli di Forbes.

Un po’ c’entra il caso, un altro po’ il desiderio: tra le tante passioni del re olandese della console, vero nome Nick van de Wall, c’è lo sparatutto di Activision. Passione vera, accanto alle auto di lusso (Ferrari e Bugatti incluse), non obbligo con corollario di sbadigli da testimonial ben pagato: basta partecipare a un backstage di un suo set, per accorgersi di come sfrutti ogni momento libero per impugnare il controller e fare strage di nemici, meglio se in modalità multiplayer, con il suo entourage a fargli da spalla, non è chiaro quanto per piacere, quanto per piaggeria.

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Afrojack gioca a Call of Duty dopo il suo set – Credits: Activision

La fiamma si è accesa in Black Ops III, dove è presente la sua nuova traccia, «Unstoppable». Sia nei titoli di coda, che in alcuni momenti chiave del videogame. Ma la scintilla è scoccata circa un anno fa, quando Afrojack è salito sul suo aereo privato ed è stato ammesso negli studi di sviluppo californiani per sbirciare dietro le quinte del gioco, scucire qualche dettaglio sul futuro della saga e carpire segreti (circa la loro infinita pazienza, innanzitutto) ai tecnici del suono, autori del mostruoso sforzo di sottofondo di ogni capitolo della saga. Dagli spari al frusciare dei droni.

«Io creo una canzone» spiega il deejay a Panorama.it «e quando va sull’album è una e una soltanto: rimane uguale a sé stessa. Nel caso di un tecnico del suono, deve rendere il tutto interattivo. Ciò che l’orecchio sente cambia se, per esempio, giro a destra oppure a sinistra. È come dover fare duemila brani in uno. Un lavoraccio».

Backstage a parte, Afrojack applaude il prodotto finito: «Diverte. Dà dipendenza. Migliora di anno in anno. Apprezzo lo sforzo di migliorarlo mettendoci dentro la migliore grafica e la migliore esperienza possibile. E poi dà modo di rilassarsi, di staccare dalla realtà per un po’, di prenderti il tuo tempo».

Non è finita: ogni volta che il dj suona «Unstoppable» durante il suo tour mondiale, sugli schermi intorno alla console scorrono immagini tratte dall’ultimo Call of Duty. Anche questo è un mix, tra reale e virtuale. «Per me» commenta Afrojack «questa collaborazione è innanzitutto un’emozione. Un po’ come essere finito dentro il mio film preferito».

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