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Uno scanner dell’iride registrerà i nostri volti

Si comincia da Singapore, prima città a monitorare l’immigrazione con la scansione di residenti e turisti in ingresso nel paese

Il dibattito è sempre lo stesso: maggiore protezione o più libertà? La difficile bilancia che regola i rapporti tra stati e cittadini, pende ora da questa, ora da quell’altra parte, a seconda di ciò che accade nel mondo. I recenti fatti di Berlino e Milano hanno rimesso al centro del dibattito pubblico l’importanza di garantire a chiunque di muoversi con meno ansia tra le strade della loro città. Come fare? Semplice: registrando gli spostamenti di ogni singolo individuo, utilizzando le sue informazioni biometriche.

Così farà Singapore, che da 1 gennaio 2017 userà uno scanner dell’iride per catalogare tutti i residenti e i turisti che varcano i confini della città-stato a sud della penisola malese. L’attività è parte dello sforzo dell’amministrazione di assicurare l’efficienza delle operazioni svolte sotto il controllo dell’ICA, Immigration and Checkpoints Authority, l’ufficio che si occupa di gestire l’ingresso delle persone nel paese.

L’ICA sfrutterà la tecnologia di scansione dell’iride, simile a quella vista sul Galaxy Note7 di Samsung, come metodo ulteriore per monitorare i movimenti interni, in ogni loro forma. Dunque, che si tratti di viaggiatori pendolari, turisti o immigrati in cerca di nuove possibilità, il governo di Singapore saprà tutto di tutti, dalle informazioni personali alle eventuali vicende che hanno tirato in ballo la legge. Avete presente la trasmissione “Airport Security” dove, a campione, vengono scoperte le più strane (e a volte pericolose) magagne dei passeggeri? Bene, tra qualche giorno alle autorità asiatiche non potrà esserne nascosta nemmeno una, grazie a una rapida scansione ad altezza uomo.

Singapore non è di certo la prima nazione a puntare sulla lettura dell’iride per validare l’identità di chi vorrebbe valicare le dogane. Agli albori del 2000, Germania e Olanda hanno cominciato a sperimentare lo scanner per vari scopi, così come gli Emirati Arabi Uniti, collezionisti di immagini dell’iride per facilitare il controllo dell’immigrazione. Ma anche gli atleti delle Olimpiadi di Sydney, tester del primo uso su larga scala. Stando all’ICA, la raccolta dei dati sull’iride consentirà anche a chi è momentaneamente sprovvisto di un documento di riconoscimento di essere identificato, eliminando così le lunghe e tediose inquisitorie presso le centrali.

Difficile dire se uno strumento del genere possa arrivare anche in Occidente come mezzo accettato di verifica individuale. Di certo rientra tra i “nuovi” più papabili per velocizzare e rendere sicure le procedure di polizia, in aeroporti, stazioni e hub di accesso di massa, come eventi e manifestazioni (pensiamo all’Expo o al Giubileo). Più spiati e più sicuri? Forse si, a patto di cedere ancora un po’ della nostra privacy alle organizzazioni governative.

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