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Twitter, due utenti su tre non twittano nulla

Dei 500 milioni di utenti contati da Twitter solo un terzo sembra essere veramente attivo. Twitter deve trovare il modo di coinvolgere maggiormente l’utenza, ma come?

Old Twitter

– Credits: inju @ Flickr

Non più tardi di ieri, una legione di opinionisti dell’hi-tech si chiedeva a gran voce perché Apple non si decidesse a investire su Twitter. I presupposti, del resto, sembravano esserci tutti: Twitter è un servizio in forte crescita, ha da poco sfondato la quota psicologica dei 500 milioni di utenti e negli ultimi mesi ha pure imparato a monetizzare a dovere l’advertising online. Oggi, un’analisi pubblicata da Paul Guyot di Semiocast (la stessa compagnia che ha attestato il raggiungimento di quota 500 milioni) fornisce indirettamente una risposta. A quanto pare, infatti, meno di un terzo degli account Twitter sono effettivamente attivi. In parole povere, gli utenti che fanno un uso non occasionale del social network sarebbero poco più di 170 milioni, il 27% della cifra totale, spambot esclusi.

Per valutare questa percentuale, Semiocast ha individuato quei profili che negli ultimi tre mesi abbiano dimostrato una qualche attività: la pubblicazione di un tweet, una citazione o un retweet, l’aggiunta di nuovi profili da seguire, il cambio della foto profilo. Non vengono invece considerati attivi quegli utenti che utilizzano Twitter come spettatori, ovvero che si limitano a seguire (magari anche assiduamente) il flusso di contenuti che scorre nel feed principale, senza mai aggiornare il profilo, nemmeno per seguire nuovi utenti. Eppure, la famiglia di utenti totalmente “passivi” potrebbe non rappresentare una quota così marginale. Basti pensare che, sempre secondo i dati forniti da Semiocast, la maggior parte degli accessi a Twitter avviene da desktop, mentre la maggior parte dei contenuti (il 61% per la precisione) viene postata da mobile.

Insomma, se da mesi Google+ viene sbeffeggiato e paragonato a una città fantasma in continua espansione, Twitter però sembra soffrire della stessa sindrome. La gente entra in città, compra casa, e poi non ci torna per mesi, se non per farsi una camminata nel quartiere. In quest’ottica, la scelta di blindare le API per renderne più difficile l’utilizzo da piattaforme terze (come ad esempio LinkedIn e Instagram) non sembra la più azzeccata delle mosse. Twitter, a quanto pare, non gradisce il fatto che la quota di tweet postati direttamente dalla piattaforma (e dalle sue propaggini) si limiti al 75,4% del totale. Ma questo non significa che sollevare le barriere possa essere una buona soluzione.

Quello di cui avrebbe bisogno Twitter (e chi sta pensando di investire sulla piattaforma), è di aumentare la quota dei suoi utenti attivi e, per farlo, deve escogitare nuovi sistemi di condivisione che riescano a coinvolgere maggiormente l’utenza. Le Hashtag Pages sono un’ottima intuizione, ma devono ancora dimostrare di saper valorizzare l’enorme potenziale. Giusto oggi, poi, Twitter ha introdotto una nuova funzionalità, le cosiddette Cashtag , ossia l’utilizzo del simbolo $ per contrassegnare contenuti a sfondo finanziario. Uno strumento interessante, senz’altro, ma non sarà certo questa la carta risolutiva che consentirà a Twitter di vincere la partita.

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