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Tutto sulla GoPro, l'oggetto simbolo di una generazione sempre connessa

Non una semplice videocamera, ma un attestato d'imprese. Per chi, dei selfie, ha fatto un'avventura

– Credits: GoPro press office

L’ultima moda, abbastanza prevedibile vista la febbre da selfie, è usarla per gli autoscatti estremi: in picchiata tra le nuvole durante un lancio con il paracadute, in bilico tra le rocce, sott’acqua in posa con gli squali, nel bel mezzo di un tuffo da un trampolino o di un giro della morte sulle montagne russe. Quando smartphone e tablet andrebbero incontro a disastri rovinosi, lei invece si esalta: fotografa, registra, archivia, pubblica ogni contenuto su Facebook, Instagram e altre praterie digitali dove la vanità si sazia di «mi piace».

La GoPro non è solo una videocamera progettata per sopravvivere alle condizioni avverse, per immergersi negli abissi o rimanere agganciata a qualsiasi superficie, appiglio o supporto: è il totem di una generazione perennemente connessa, solipsista, che si filma di continuo. In vacanza, per strada, dentro casa. Che non chiude gli occhi elettronici nemmeno quando potrebbe godersi un attimo di simbiosi con la natura, una scarica di adrenalina, un virtuosismo casuale o ben calibrato del proprio corpo. L’imperativo è esibirsi, l’obiettivo numero uno rimane condividere: in media su YouTube vengono caricati tre video al minuto che in qualche modo la menzionano; il canale ufficiale conta più di 2,1 milioni di iscritti e circa mezzo miliardo di visualizzazioni. Ci sono così tanti attori perché la platea è strapiena.

Lo sport resta il suo palcoscenico prediletto: alle ultime olimpiadi di Sochi il «GoPro Team», gruppo di dodici atleti abbonati alle riprese in soggettiva, ha conquistato sei medaglie (quattro ori) in varie discipline tra snowboard e sci. Prima, però, ha mostrato agli spettatori come si arriva sul podio da una prospettiva che in passato era impossibile. Nell’ottobre del 2012 Felix Baumgartner ha portato tutti noi fino alla stratosfera indossando sette di queste piccole macchine con lente incorporata. Sono servite a immortalare ogni istante del suo epico volo e, dopo un montaggio cucito a regola d’arte, hanno rastrellato 14 milioni di clic. Il doppio del video con cui il presidente Obama annuncia al mondo l’uccisione di Bin Laden.  

Nella gara dei numeri l’Italia non sfigura: nel Bel Paese la parola GoPro viene cercata su Google 400 mila volte al mese; nel 2013 le vendite del dispositivo sono cresciute del 120 per cento rispetto al 2012; tra i nomi di punta dei fan sportivi tricolore, oltre al campione del mondo di motocross Tony Cairoli, c’è Roberta Mancino, paracadutista e modella: il suo video «High Fashion» in cui si lancia dalla cima di una montagna in tacchi alti e abitino Roberto Cavalli stretto sulla vita, è stato visto più di un milione di volte nel giro di pochi mesi.  

Ma accanto ai professionisti, la vera mole di contenuti la fanno i dilettanti, gli atleti della domenica o del giovedì sera: ciclisti, runner, gruppi di amici che la portano in campo durante una partita di calcetto. Senza contare gli sprovveduti con un opinabile senso del pericolo e una dignità per niente sviluppata: appassionati di parkour che falliscono rovinosamente un salto semplicissimo, surfisti che dovrebbero ripassare l’abc dell’equilibrio, snowboarder abbonati ai capitomboli. Ma anziché cancellare con discrezione le loro disfatte, le mettono subito on line, fieri del loro scarso pudore. La categoria «GoPro Fail», i disastri agonistici documentati dall’occhiuta macchinetta, è un genere che rastrella clic a vagonate.

Sono questi elementi da contagio di massa a spiegare il successo dell’intuizione di Nick Woodman: una decina d’anni fa non trovava un gadget decente per riprendersi mentre faceva surf e ha deciso di costruirselo da solo. Oggi la sua azienda con sede in California e uno staff infarcito di impallinati per gli sport estremi, secondo la rivista Forbes vale più di 2 miliardi di dollari. Ha dato fastidio a colossi del calibro di Sony e reso florida la ex nicchia delle «action cam», in cui la concorrenza abbonda ma la GoPro è un po’ l’equivalente dell’iPhone negli smartphone. Come la Apple, oltre al prodotto bada a tutto l’universo intangibile che gli ruota intorno: una squadra di 20 persone ha come unico compito quello di trovare ogni giorno un video interessante creato dagli utenti, vestirlo con la musica giusta, un paio di loghi e poi caricarlo sul trafficatissimo canale ufficiale della videocamera. Che si controlla a distanza, tramite Wi-Fi, da una app compatibile con la stragrande maggioranza dei dispositivi mobili: la stessa che dà modo di visualizzare o condividere le proprie riprese. Subito, basta che ci sia abbastanza rete a portata d’antenna.  

Dallo sport la GoPro ha invaso ogni altro settore: è stata usata al cinema o per girare le scene di alcune serie televisive, inclusi titoli di culto come «Breaking Bad». Nel campo dei documentari non ha rivali: è abbastanza discreta da non spaventare o spazientire gli animali più feroci. A eccezione del coccodrillo che l’ha morsa o del leopardo che si è messo a leccarla: in compenso, ci sono i filmati spettacolari di entrambi gli incontri ravvicinati. La prossima tappa è colonizzare la musica: è uscita da poco una versione che integra un pacchetto di accessori per fissarla a strumenti, aste dei microfoni e console.  

Nel frattempo, uno dei video più visti su YouTube nelle scorse settimane è stato «Superman with a GoPro»: va verso i 15 milioni di clic. È stato realizzato agganciando la videocamera a un piccolo drone e, grazie a un montaggio ironico e indovinato, mostra il volo di un novello Clark Kent in tutina blu e mantello rosso da una prospettiva privilegiata: la sua. C’è tutto il repertorio: la bella bionda salvata e portata sulle braccia tra i palazzi e la lotta in soggettiva contro un gruppo armato di cattivi. Chi l’ha girato ha preso alla lettera lo slogan della GoPro, che incoraggia chiunque a essere un eroe. Con quel gusto in più di farlo vedere a tutti gli altri.

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