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Una settimana senza smartphone

Si può vivere senza Internet mobile, applicazioni, foto e tutte le sterminate risorse di un telefonino intelligente? Io ci ho provato, per sette giorni, e vi racconto com’è andata

Nel blog della mia amica Elena trovo sempre qualche spunto interessante. L’altro giorno, per dire, mi imbatto in questo post intitolato La vita appesa a un filo (dell’iPhone)  che parla del suo rapporto (morboso) con la tecnologia in formato tascabile.

"La vita con l’iPhone è diversa, scrive Elena, come dopata, tutto è disponibile immediatamente, informazioni, news, libri, interi corsi universitari sui più svariati argomenti audiolibri, musica, email, Dropbox, scanner, Whatsapp, Instagram, Facebook Twitter, WordPress, e persino se non sai dove sei perché giri a casaccio per strade sconosciute ti geolocalizzi con le mappe".

Insomma, Elena fa parte di quel (nutrito) gruppo di persone che non potrebbero vivere senza uno smartphone - probabilmente mi farei tatuare un iPhone funzionante sull’avambraccio, se potessi, è la sua conclusione – e leggendo il suo post non posso non chiedermi se anch’io, come lei, faccio parte degli smartphone-dipendenti o se invece appartengo a una frangia più moderata.

Lì per lì mi dico che no, io sono diverso, certo mi piace la tecnologia, ci ho costruito sopra persino un mestiere, ma tutto ha un limite, che poi i tatuaggi nemmeno mi piacciono. Poi però mi fermo un attimo e mi chiedo: d’accordo, ma sarei capace di vivere una settimana – dico una settimana, non una vita – senza il mio prezioso telefonino intelligente?

Detto, fatto. Prendo il mio smartphone-ultimissimo-modello e lo richiudo nella sua confezione originale, sigillato, con l’idea di non riprenderlo in mano per almeno 7 giorni. Poi salgo in solaio, frugo fra le cianfrusaglie elettroniche dismesse e tiro fuori un vecchio Nokia 3310. Ai tempi – parlo dell’inizio del nuovo millennio – era l’iPhone dei telefonini, ora è un oggetto di antiquariato, se siete fortunati lo trovate ancora in casa di qualche nonnina, o in qualche museo di Helsinki.

Una settimana senza smartphone, dunque, armato solo di un vecchio cimelio della telefonia mobile anni 2000. Qui di seguito vi racconto com’è andato l’esperimento, giorno dopo giorno.

1° giorno
La prima cosa che noti guardando un vecchio Nokia 3310 è che in effetti non ci puoi fare molto: telefonare, mandare sms e poco altro. Non c’è nemmeno una fotocamera, un’applicazione, di Internet non se ne parla nemmeno (a meno che non si voglia chiamare Internet quella roba chiamata Wap), per non parlare del display: a guardare quel vecchio schermo monocromatico 84 x 48 pixel hai la stessa sensazione di quando passi da un canale HD a un documentario dell’istituto Luce. Sono passati 13 anni ma sembra trascorsa un’era geologica.

Ad ogni modo, indietro non si torna: ho deciso di disintossicarmi, almeno per una settimana, non è questa l'ora dei rimpianti. Che poi con il Nokia 3310 ci puoi persino comporre le melodie delle suonerie e scrivere i messaggini col T9 (cazzo, il T9!). E poi, diciamolo, è anche più discreto, non affatica gli occhi ma soprattutto non ti aliena dal mondo. Quando sali in metropolitana, ad esempio, ti accorgi che sono tutti lì, davanti a loro telefononi touch screen: chi guarda la posta, chi sfoglia internet, chi gioca a Ruzzle. Ecco, con un vecchio Nokia 3310 non hai di questi “problemi”. Puoi camminare a testa alta, guardando il mondo, quello vero, non il World Wide Web. Se poi ti annoi puoi sempre farti una partitina a Snake.

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2° giorno
La sveglia del mio Nokia 3310 (sì, c’è anche la sveglia e funziona anche a telefonino spento) mi dice che è ora di alzarsi. Piove anche oggi, e chissà ancora per quanto. Ci vorrebbe quella bella app meteo che ti dice che tempo farà da qui ai prossimi 15 giorni o, meglio ancora, quella che ti dice come vestirti in base a dove ti trovi . Ad ogni modo prendo l’ombrello, meglio non rischiare.

Il problema però è un altro: ho una conferenza stampa nel classico posto fuori dal mondo. E sono senza navigatore. Insomma, se prima potevo contare sul mio smartphone tuttofare ora me la dovrò cavare solo con il mio (scarso) senso dell’orientamento e una piantina stampata da Internet. Me la cavo con 30 minuti di ritardo. Poco male, la conferenza è iniziata da poco. Mi siedo e saluto i miei colleghi, tutti armati del loro smartphone-ultimo-modello, c'è chi prende appunti su Evernote, chi registra interviste, chi fa foto. Per pudore evito di farmi vedere con un Nokia 3310, i giornalisti, si sa, sanno essere cattivi quando vogliono, fortuna che ho sempre un block notes con me. Non sono passate nemmeno 48 ore da quando ho rinchiuso il mio smartphone nel cassetto e mi sento già in piena crisi di astinenza: non so cosa pagherei per fare due boccate di multitouch.

3° giorno
Il mio amico Claudio mi fa vedere come sono cresciute le sue piccole pesti, Giorgia e Alice, sfogliandomi davanti al naso le foto archiviate sul suo smartphone, poi mi chiede: "E i tuoi, come stanno?" D’istinto metto mano al taschino con la stessa rapidità con cui Clint Eastwood sguainava la sua Colt, poi però mi ricordo che nella "fondina" ho solo un vecchio Nokia 3310, un aggeggio che le foto nemmeno sa cosa sono. E adesso? Beh, inizio a spiegargli le cose come stanno, a parole, facendo sfoggio di aggettivi ampollosi (che ogni scarrafone, si sa, è bello papà suo). Certo avessi avuto un paio di istantanee sotto mano sarebbe stato tutto più semplice, ma riesco comunque a cavarmela. Si può essere padre anche con un Nokia 3310.

Loro però – parlo dei miei figli – mi preferivano quando avevo lo smartphone: quando mostravo loro le foto archiviate su Dropbox, quando li facevo giocare con fiabe interattive dei fratelli Grimm o li intrattenevo coi cartoni animati presenti su YouTube. Li capisco. In fondo vuoi mettere la differenza con quel rudimentale aggeggio della Nokia che assomiglia più a una grattugia che non a un telefono?

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4° giorno
Mentre sto per uscire da casa succede quello che non dovrebbe succedere: mi chino per allacciarmi una scarpa e il telefonino sguscia via dal taschino precipitando in una caduta vertiginosa sulla tromba delle scale: 23 (ventitré) scalini per un dislivello complessivo di tre metri e mezzo. Fosse stato il mio caro smartphone-ultimissimo-modello il bilancio sarebbe da incubo: display rotto, telefono in assistenza per almeno 20 giorni e 200 euro in meno sul conto corrente. E invece no. Fortunatamente ho un vecchio e indistruttibile Nokia 3310. Recuperati batteria e cover (a circa una ventina di metri dal luogo dell’incidente) posso rimontare il tutto come un Lego, e scoprire che nulla è compromesso. Viva la telefonia 1.0.

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5° giorno
È matematico. Se ami il calcio devi avere lo smartphone. Te ne accorgi la domenica, quando sei in giro al parco con moglie e figli e pagheresti qualsiasi cifra pur di dare una sbirciatina a Live Score Addicts, l’applicazione che ti informa in tempo reale dei gol dei tuoi idoli. Poco male, decido che forse è il caso di disintossicarmi dal calcio oltre che dalla tecnologia. Oppure potrei tornare alla buona e vecchia radiolina e a Tutto il calcio minuto per minuto (ma c’è ancora Ezio Luzzi?). Il problema è che se mi faccio vedere in giro con una radiolina e un Nokia 3310 qualcuno potrebbe anche chiamare la polizia.

6° giorno
Sarà che ormai vedo la meta, ma comincio ad abituarmi all’idea di poter vivere senza smartphone. Decido così di andare a correre. Poco importa se non potrò mettermi le cuffie e ascoltare l'ultima playlist caricata sul telefono, per una volta ascolterò il canto degli uccellini e il rumore delle foglie al vento. E penserò che disconnettersi dalla Rete aiuta a riconnettersi alla natura. Frase poetica vero? Sarebbe bello ritwittarla al volo a tutti i miei followers, se solo potessi…

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7° giorno
E insomma, ce l’ho fatta. Ho dimostrato a me stesso che posso vivere anche senza smartphone, e senza nemmeno penare troppo. In fondo lo sapevo già: una vita senza smartphone è possibile così come lo è una vita senza auto, senza televisore, senza telefono di casa. In campo tecnologico, si sa, tutto è utile ma nulla è essenziale. Così mentre (ri)estraggo dalla confezione il mio smartphone-ultimissimo-modello con la stessa felicità con cui un bambino aprirebbe il suo regalo di Natale mi rendo conto che anch’io, come la mia amica Elena, sono attaccato a un filo. Vittima del mio tempo, più che del mio smartphone. Il tempo di quelli che devono sempre essere always on, multitasking e soprattutto smart.

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