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Microsoft, Explorer e l’accanimento dell’Europa

L’Ue sanziona per l'ennesima volta la società di Redmond, rea di non aver rispettato gli impegni per ciò che riguarda la scelta del browser all'interno del suo sistema operativo. L'ultimo atto (forse) di una guerra che rischia di diventare sempre più anacronistica

Microsoft

– Credits: ANSA/ EPA/RAINER JENSEN / PAT

Ormai, quasi, non fa più notizia. Microsoft multata dall’Unione Europea sta diventando un sorta di cerimoniale da officiare a scadenze regolari. Già quattro volte, dal 2004 ad oggi, la società di Redmond è finita sotto la mannaia delle autorità di Bruxelles per via delle sue scelte inique in materia di browser. Con l’ultima, datata ieri, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che il colosso americano debba pagare una nuova multa da oltre mezzo miliardo di euro (561 milioni, per l’esattezza). In totale fanno quasi 2,3 miliardi di euro in meno di 10 anni, roba che a momenti ci si fa una finanziaria.

Ma perché tanto accanimento nei confronti di Microsoft? Il motivo è sempre lo stesso. Secondo l’UE, Windows non offre pari opportunità ai browser della concorrenza. Insomma, Explorer resta il cocco di mamma (viene cioè installato di default sul sistema operativo) lasciando i vari Firefox, Chrome, Safari, Opera in una posizione di subordinazione.

Non starò qui a farne una questione di legalità. Se le leggi esistono vanno rispettate. E a quanto pare anche Microsoft sembra aver accettato la decisione con molta serenità (forse perché consapevole di aver tirato troppo la corda). Il problema, semmai, è un altro. Mi chiedo: l’Unione Europea sta davvero pensando agli interessi dei suoi concittadini e, soprattutto, sta applicando pedissequamente queste norme garantiste anche al resto del panorama tecnologico?

L’impressione è che Microsoft stia finendo per fare la parte capro espiatorio in un sistema nel quale i confini fra ciò che è lecito e ciò che non lo è sono tutt’altro che definiti. Come dire che sta pagando per colpe per le quali altrove si è disposti a chiudere un occhio.

Giusto per fare un paio di esempi: Apple si può permettere di eliminare dal suo sistema operativo (iOS) il servizio di mappe della concorrenza (salvo poi ripensarci) per fare posto alla sua cartografia proprietaria; Google crea un servizio di ricerche personalizzate privilegiando i risultati provenienti dai suoi servizi (e in particolare da Google +). Eppure, in questi casi, la legge non interviene (almeno per ora).

Dice, sì però Windows è di gran lunga il sistema operativo più diffuso del mondo e il rischio di posizione dominante è più elevato. Già ma è anche vero che il mondo del software sta cambiando più rapidamente delle leggi che dovrebbero governarlo, rendendo certe sanzioni quantomeno anacronistiche.

Perché nell’era delle app gli utenti hanno ormai compreso che i sistemi operativi sono solo grossi contenitori che possono essere riempiti a piacimento con le applicazioni preferite. Prova ne è lo stesso andamento nel mercato dei browser, nel quale Internet Explorer ha perduto da tempo lo scettro a favore del più apprezzato Google Chrome.

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