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Siamo Internet e Facebook-dipendenti, ma non c'è da preoccuparsi

Il 62,1% degli italiani va su Internet, il 41,3% su Facebook. Per il Censis siamo ormai entrati in un’era biomediatica, nella quale siamo sempre più indissolubilmente legati alla Rete. Il che non è necessariamente un male

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– Credits: "The Web” / 12″ x 12″ / acrylic, fibreboard ©2011 Braydon Fuller

Ricordate quando nemmeno troppo tempo fa gli istituti di ricerca ci bollavano come un popolo di tele-dipendenti? Ebbene, a quanto pare abbiamo sviluppato un’altra forma di sudditanza tecnologica: quella per il Web, in tutte le sue forme.

A rivelarlo è il Censis, nel suo decimo rapporto sulla comunicazione, nel quale spicca un dato su tutti: il 62,1% degli italiani va su Internet, di questi il 66,6% (41,3% degli italiani) è un frequentatore di Facebook. Dati che – secondo l’Istituto – sono sintomatici di quella che è una vera e propria era biomediatica.

A sentirla così sembra una cosa grave che necessita di cure altrettanto serie, in realtà significa solo che ormai esiste un vero e proprio legame indissolubile fra la nostra stessa esistenza fisica e la Rete. Quasi una simbiosi: molti di noi fruiscono dei contenuti ma al tempo stesso li generano. Mai come oggi ci rendiamo conto di essere arbitri in prima persona dell’informazione e della sua diffusione.

In realtà il rapporto del Censis nasconde molti risvolti, alcuni positivi, altri meno.

Il primo è senz'altro confortante: passo dopo passo stiamo abbattendo il digital-divide. Se più di sei italiani su dieci sono su Internet significa che la banda larga, sia essa fissa o mobile, piano piano sta raggiungendo ogni angolo dello Stivale. E questo è naturalmente un bene per il vituperato sistema-Paese.

Il secondo: il fatto che ci siano più Internauti che lettori di giornali (questi ultimi secondo i rilevamento del Censis sono circa il 47% del campione) non è di per sé indicativo di una minore attenzione verso l’informazione. La centralità dei contenuti non è in discussione, a cambiare sono solo le piattaforme. Ieri erano i giornali, oggi sono i PC, domani saranno i tablet e gli smartphone. Più preoccupante invece sapere che più della metà degli italiani legga meno di un libro all’anno, anche se da questo punto di vista non mi sento di incolpare il mondo digitale (che anzi grazie al fenomeno degli ebook sta cercando di dare linfa nuova)

Il terzo: gira e rigira gli italiani finiscono sempre sui soliti siti: Facebook, appunto, poi YouTube. Il che appare un po’ limitante per un media che fa dell’universalità e della diversificazione il suo punto di forza.

L’ultimo, in verità quello il più importante: il fatto che Internet e Facebook siano diventati così centrali per le vite degli utenti, non va bollato come un fenomeno di inaridimento culturale, dettato dalla superficialità e dalla schizofrenia dei nostri tempi. Quella cui stiamo assistendo (non solo a livello italiano) è una vera e propria evoluzione naturale, che – come tale – è governata da dinamiche basate sul beneficio. L’informazione online piace non solo perché è ricca di contenuti multimediali, ma anche perché è fluida, svincolata dal concetto di "bene" confezionato e bloccato all’interno del pacchetto-giornale, una notizia che viaggia, che ci raggiunge ovunque, e che può essere condivisa.

Allo stesso modo il successo a livello planetario di Facebook (un miliardo di iscritti tondi tondi ) dimostra che il fenomeno va oltre il social network. Facebook è ormai uno strumento di comunicazione al pari dell’email, qualcosa che ci permette di arrivare in pochi clic alle persone che sono intorno a noi e che dunque, sul piano evoluzionistico, è naturalmente favorito.

In sostanza: siamo siamo solo un Paese che, come tanti, sta scoprendo in vantaggi della Rete, non un popolo di bighelloni, impiccioni e anche un po’ voyeuristi. Questo, almeno finché restiamo fra i confini digitali.

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