L’Ice Bucket Challenge è lo specchio del nostro modo di comunicare (più che del nostro cuore)

Virale, frenetica, leggera, autocelebrativa: la campagna a suon di secchiate d’acqua gelata per raccogliere fondi a favore della ricerca sulla SLA ci dice molto delle trasformazioni avvenute nell’era di Internet e dei nuovi media

– Credits: Scott Barbour/Getty Images

Non starò a qui a esprimere il mio personalissimo giudizio sull'Ice bucket Challenge, lo hanno già fatto in tanti e molti altri lo faranno nei prossimi giorni. Posso solo augurarmi che fenomeni di questo tipo riescano a essere utili alla causa (e a quanto pare lo sono ). I soldi per la ricerca restano, le chiacchiere si sciolgono come neve, pardon, come ghiaccio al sole.

Quel che mi preme sottolineare in questa sede è piuttosto il perché un fenomeno come l'Ice Bucket Challenge stia riscuotendo tutto questo successo. I nobili intenti della catena (raccogliere fondi a favore della ricerca sulla SLA) non possono spiegare da soli la spirale benefica e contagiosa che sta investendo il mondo intero. In fondo non è la prima volta che la solidarietà corre sul filo della Rete. Eppure, nessun altra campagna di solidarietà in passato aveva ottenuto risultati così straripanti. C'è qualcosa di più. C'è un catalizzatore invisibile dietro le migliaia di secchiate d'acqua che si stanno riversando in Rete in questi giorni. E che ha evidentemente a che fare con il nostro modo di comunicare.

LA POTENZA DI INTERNET (E DEI SOCIAL MEDIA)
A ben guardare l'Ice Bucket Challenge è la rappresentazione, estremizzata e un po’ teatrale, di quel grande Universo che va sotto il nome di Internet. Un surrogato di tutti i piccoli e grandi cambiamenti che il Web e i nuovi media stanno apportando al nostro modo di comunicare. Fatto di contenuti generati dagli utenti, veloci, frenetici, sommari, ripetitivi, autocelebrativi, comunque attraenti e ovviamente facili da condividere. Uno spot perfetto per la viralità, parola che esiste fin dalla notte dei tempi, ma che Internet ha avuto il merito di saper reinterpretare e amplificare. Perché, è inutile girarci intorno, tutto questo casino non sarebbe mai potuto succedere senza l'ausilio della Rete. In altre epoche campagne di questa portata sarebbero costate uno sproposito (e, probabilmente, non avrebbero raggiunto gli stessi risultati). E' proprio la viralità del mezzo a rendere tutto decisamente più semplice (oltre che gratuito). Così, il meccanismo delle "nomine" diventa la sintesi perfetta del concetto di condivisione: vedo qualcosa, la faccio mia e decido di condividere il risultato con altri utenti. Una secchiata come un Like? Più o meno, se si esclude quel leggero brivido sulla schiena.

UN VIDEO VALE PIÙ DI 100 MILA PAROLE
Il fenomeno dell’Ice Bucket Challenge conferma - caso mai ce ne fosse bisogno - quanto conti al giorno d’oggi la comunicazione di tipo non testuale, la capacità di sintetizzare in pillole multimediali (più invitanti e più facili da digerire) concetti anche piuttosto complessi. Wikipedia è uno strumento già vecchio. Nel 2014 serve qualcosa di più veloce e immediato, uno schiaffo capace di lasciare il segno proprio come una doccia d’acqua gelata. Una foto o un video, ad esempio. Poco importa se il pretesto (come nel caso dell’Ice Bucket Challenge) sia superficiale e tutto sommato incoerente con il messaggio che si vuol far passare. L’importante è arrivare al pubblico. Perché in fondo, non dimentichiamocelo, viviamo nell’epoca della comunicazione mordi-e-fuggi, non abbiamo tempo per leggere, saltiamo come schegge impazzite da un link all’alto, ci fermiamo solo quando troviamo qualcosa capace di attirare i nostri sensi. Su questo meccanismo l’editoria ci ha costruito una vera e propria scuola di pensiero: date un'occhiata alla colonna di destra di tutti i principali quotidiani online e ve ne renderete conto.

VOGLIA DI CELEBRITÀ (E DI AUTO-CELEBRAZIONE)
A dare una spinta decisiva all'innesco dell'Ice Bucket Challenge è stato senza dubbio l’endorsement dei personaggi più o meno famosi. I VIP, non lo scopriamo certo oggi, fanno audience. Soprattutto su Internet, un posto che sembra fatto apposta per avvicinare l’uomo della strada alle celebrities. Ci sono due gradi e mezzo di separazione fra noi e qualsiasi vivente sul Pianeta, ci spiega lucidamente Domitilla Ferrari nel suo libro. E ce ne rendiamo conto soprattutto su quei media (vedi Twitter) dove tutti seguono tutti, in una grande orgia mediatica fatta di sguardi più o meno indiscreti fra i pensieri del mondo.
Ma la voglia di celebrità è anche quella che riguarda la nostra voglia di emergere. Si dice che Internet, ma soprattutto i social media, permettano a chiunque di avere almeno 5 minuti di popolarità globale. Ecco, in fondo l'Ice Bucket Challenge non è altro che una delle tante manifestazioni che ci offrono un breve ma intenso momento di autopromozione globale. Che poi una donazione conti di più di qualsiasi "selfie" è un altro discorso.

LA NOMINATION PER RINSALDARE I PROPRI LEGAMI SOCIALI
Oltre a rappresentare la metafora reale del concetto di condivisione, il meccanismo delle nomine su cui è costruito l'Ice Bucket Challenge rappresenta l'emblema del nostra voglia di affermazione sociale. Quando invitiamo amici o conoscenti a sostenere la lotta alla SLA rovesciandosi addosso un secchio d'acqua gelata non stiamo facendo altro che stringere l’ennesimo legame “virtuale” con i nostri contatti. Veniamo scelti e scegliamo. Come in una grande richiesta di amicizia, o - se preferite - in un grande retweet. Qualcuno ci chiama aspettandosi una risposta (accettare la sfida rappresenta già implicitamente un consenso) e invitandoci a fare altrettanto con i nostri amici. Liberi di non muovere un dito, ovviamente. Internet è anche questo: un luogo nel quale puoi stare fermo senza fare niente, limitandoti a guardare quel che succede intorno a te comodamente seduto sul divano di casa. Magari sorseggiandoti una bella bibita (ghiacciata).

 
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