Facebook Year in Review 2016 2
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Cara Facebook, il mio anno non è stato breve

Perché un “concentrato” di ricordi partorito da un algoritmo non può essere rappresentativo di un pezzo, seppur limitato, di vita vissuta

Un altro anno volge al termine e a ricordarmelo, puntuale come sempre, c’è anche Facebook con il suo A year in review (in Italia L'anno in breve), un filmato di poco più di un minuto che condensa il meglio del meglio di ciò che è transitato sulla mia bacheca negli ultimi 12 mesi. Questo, almeno, secondo l’opinione del social network, o meglio del suo algoritmo.

Dietro a questo distillato multimediale non c’è infatti nessuna persona in carne ed ossa ma un programmino sviluppato per pescare, in maniera più o meno casuale, contenuti postati durante l’ultimo anno. Un biglietto d’auguri confezionato ad arte da un robot, insomma. L’intelligenza artificiale di Facebook sa cosa pubblichiamo, sa quanti like abbiamo ottenuto e dispensato, ergo suppone di avere tutti gli elementi utili per raccontare una storia lunga un anno intero.

Naturalmente non è così. All’interno di Year in review mancano le nostre parole, i nostri pensieri più profondi, la componente emozionale e tutto quello che può spiegare e dare un senso più vero e credibile alle nostre foto e più in generale ai nostri ricordi. Parlo a titolo personale: il 2016 è stato un anno intenso, pieno di gioie ma anche di momenti difficili, ho visto cose, persone e luoghi che sulla mia bacheca non sono nemmeno transitati, mi sono preso le mie belle soddisfazioni e anche qualche porta in faccia, ho perso degli amici cari ma ho conosciuto persone che hanno dato un senso diverso alla mia vita, cambiandomela in alcuni casi. Tutto questo non può emergere dai 71 secondi autogenerati da Facebook. Per quanto evocativo, un pot-pourri fotografico condito da faccine, palline e pollici all’insù non potrà mai essere rappresentativo di un pezzo - breve, ma comunque significativo e complesso - di una vita.

La colpa, se di colpa si può parlare, non è ovviamente di Facebook, che anzi fa quello che può col materiale che ha a disposizione (né tantomeno si può chiedere a Mark Zuckerberg e soci di confezionare un biglietto di auguri personalizzato e umanizzato per quasi 2 miliardi di persone). No. Se Year in review non è uno specchio fedele dell’anno che ho appena vissuto è perché io, e solo io, ho deciso di non condividere tutto sui social; ho preferito tenere per me una parte dei miei ricordi, la più intima, forse la più preziosa.

Intendiamoci, nessuno mi obbliga a pubblicare più di quanto non voglia fare. Il problema non è questo, semmai la tendenza che questo genere di iniziative innescano nell’utente medio. E insomma, aprendo il mio profilo Facebook in questi giorni è tutto un fiorire di Year on review di amici generati in carta carbone. Il che mi fa pensare: è questo che voglio davvero dal mio social network preferito? Probabilmente no. Sarò un po’ all’antica ma al videoracconto rigurgitato da un algoritmo preferisco ancora le due righe scritte di pugno (e di cuore). In fin dei conti Facebook, e i social network in genere sono nati soprattutto per questo: per offrirci la possibilità di essere personali, di parlare alla nostra sfera di contatti in modo semplice, diretto, genuino. Lasciare che sia un robot a farlo per noi mi sembra un po’ un’occasione persa.

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