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Apple, l’hi-tech e il fisco: perché la questione non è (solo) etica

Cercare e trovare scappatoie per pagare meno tasse? Che siano le Autorità nazionali a spiegare al mondo (e soprattutto alla piccole e medie imprese) quali sono le regole del gioco

Tim Cook logo Apple

– Credits: AP Photo/Paul Sakuma, File

Io non se Apple abbia davvero pagato il 2% di tasse in Irlanda (notizia peraltro smentita a più riprese dai funzionari dell’isola) o se, come dice Massimo Mantellini , gli Stati europei abbiano consegnato alle aziende Internet una sorta di "salvacondotto ideologico" per facilitare lo sviluppo della nuova economia.

Quel che so è che società come Apple, così come Google, Microsoft e Amazon non possono più essere considerate delle semplici aziende ma realtà il cui peso specifico è ormai paragonabile a quello di intere Nazioni. Lo sono sul piano meramente economico (c’è stato un momento in cui Apple aveva una capitalizzazione maggiore del PIL della Svizzera) ma lo sono soprattutto sul piano del potere acquisito.

Prendiamo una società come Google, per esempio. Un tempo era “semplicemente” la regina della ricerca su Internet, oggi possiamo dire che gestisce l’informazione del Pianeta. Immaginate voi se domani Larry Page e compagni decidessero di chiudere i loro server. La comunicazione e le attività lavorative di mezzo mondo sarebbero in ginocchio. E lo stesso dicasi di Apple, Microsoft e di tutte quelle altre società il cui ruolo oggi va ben al di là dei meri produttori di hardware e software: società che gestiscono l’innovazione e che in molti casi cambiano gli equilibri economici di intere nazioni. C’è un vecchio detto in voga fra le start-up della Silicon Valley che dice: trova un’idea e sviluppala fino a un certo punto, poi fatti acquisire da Google.

Cosa c’entra tutto questo con l’accusa di elusione fiscale tirata in ballo dal Senato americano contro Apple e (in passato) contro HP e Microsoft? C’entra eccome. Perché in un momento in cui il mondo si interroga sugli equilibrismi per far quadrare sviluppo e debito pubblico è facile cadere nella tentazione un po’ bacchettona di puntare il dito contro l’azienda ricca e famosa che elude le tasse.

Ma il problema – se di problema si può parlare – non è tanto di natura etica quanto piuttosto di tipo concorrenziale. E investe le autorità sovrane più che il singolo colosso dell’industria digitale. Il quale, ammettiamolo, non fa né più né meno ciò che fa ognuno di noi quando si reca dal proprio commercialista: cerca il modo per pagare meno tasse. Senza trucchi e senza inganni, semplicemente sfruttando le pieghe delle normative vigenti.

Che siano allora le singole Autorità nazionali a spiegare al mondo – possibilmente in modo chiaro - quali sono le regole del gioco: quali sono le aliquote fiscali praticate senza "se" e senza "ma", quali sono le credenziali richieste alle aziende che vogliono ottenere un passaporto locale anche solo per ragioni fiscali, quali sono – se ci sono – le interazioni che possono innescarsi con le leggi dei Paesi di provenienza. Ma soprattutto se considerano le multinazionali del Web delle semplici aziende alle prese con problemi di ordinaria amministrazione o qualcosa di più, ad esempio degli Stati in miniatura con i quali è necessario, o quantomeno consigliabile, negoziare accordi specifici.

Lo spieghino soprattutto alle piccole e medie aziende che vogliono diventare le Apple, le Google e le Microsoft del futuro. In modo che sappiano se davvero la legge è uguale per tutti o se invece dovranno accontentarsi di essere prima o poi acquisite da chi è ormai troppo grande per essere battuto con le sole armi della concorrenza.

 
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