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La Terza Guerra Mondiale si combatterà nello spazio. Ecco perché

Detriti killer, laser per distruggere satelliti, spese militari in crescita, terrorismo. Così i conflitti si spostano in orbita 

– Credits: Stidcave@Flickr

Nel repertorio metteteci di tutto. Detriti che viaggiano a velocità folli, disintegrando ciò che incontrano sul loro delirante cammino. Se avete visto il film «Gravity», avrete una vaga di idea del potenziale di devastazione di cui stiamo parlando. È ancora niente: aggiungete sabotaggi calibrati al millimetro, tramite laser che partono da qualche punto della terra, intercettano navicelle e satelliti, mettono ko i loro sensori e i sistemi di navigazione o, senza troppi complimenti, fanno esplodere i serbatoi del carburante, senza pietà alcuna per le sorti dell’equipaggio. Nel pacchetto entrano pure i razzi comandati dalla smodata volontà di caos di pericolosi e facoltosissimi terroristi e il quadro può essere considerato abbastanza completo.
 
Il punto è che di fantascientifico, a quanto pare, c’è poco o nulla. Sarebbe grosso modo questa la fisionomia di un conflitto a quota altissima, combattuto nello spazio. Anzi, se tutto dovesse andare per il verso sbagliato, se situazioni già in corso dovessero acutizzarsi fino a diventare irrimediabili, quello descritto sarebbe il probabile scenario della Terza Guerra Mondiale. Con Cina, Stati Uniti e Russia come naturali protagonisti visto il loro background stellare, ma altri colossi come l’India, o fuori controllo come l’Iran o la Corea del Nord, pronti a giocare un ruolo da protagonisti. O almeno, sulla carta, capaci di farlo.
 
A sostenerlo è James Clay Moltz, un esperto di politiche dello spazio e di temi di sicurezza nazionale negli Stati Uniti. Il suo ultimo libro, appena pubblicato dalla Columbia University Press, s’intitola «Crowded Orbits», ovvero orbite affollate. La tesi di Moltz, come il nome del saggio suggerisce, racconta quanto tutta l’area intorno alla Terra si sia fatta più frequentata dai tempi della Guerra Fredda in poi. Tendenza destinata a crescere in modo significativo: a oggi vengono lanciati 100 nuovi satelliti ogni anno, entro il 2020 saranno mille ogni dodici mesi. Il rischio di collisione, statisticamente, si alza sempre più. D’altronde, è già successo: nel 2009 il satellite per le telecomunicazioni Iridium, in quel momento operativo, si è scontrato con una delle tante navicelle russe delle missioni Cosmos, per fortuna inattiva («morta», in gergo), senza nessuno a bordo. Proprio per questa ragione, Mosca non fu incolpata dell’accaduto e non si crearono particolari tensioni.
 
Con il quadro che si va delineando, però, non è detto che si possa essere altrettanto fortunati. E se non la prima, la seconda o terza collisione con la stessa vittima da una parte e un identico carnefice, consapevole o involontario dall’altra, potrebbe diventare un attentato di Sarajevo spaziale capace di far scoppiare una guerra di portata mondiale.
 
Vero, così la lettura è forse troppo semplicistica, ma Moltz è netto nell’argomentarla. A cominciare da un’evidenza: «Se si tiene traccia delle tendenze attuali e del crescente tasso di spese militari nello spazio da parte di un’ampia varietà di Stati, c’è da preoccuparsi. Queste potenze sono costrette a impegnarsi reciprocamente nel rimanere calme per evitare un conflitto» ha spiegato in un’intervista rilasciata a Forbes. Aggiungendo: «In questa decade circa una dozzina di nazioni sono in condizione di testare armi spaziali o di attaccare le navicelle dei nemici».
 
Insomma, la buona volontà, da sola, potrebbe non essere sufficiente. Soprattutto perché, quando si ragiona di affollamento, non si parla soltanto di semplici satelliti per le telecomunicazioni o altri con scopi pacifici, ma di vere e proprie armi galattiche. Quasi che la frontiera sia segnata: dopo i droni, capaci di pilotarsi e farsi male da soli, il braccio di ferro si potrebbe dunque spostare ancora più in alto, ben oltre le nuvole. Con conseguenze serissime, potenzialmente irreparabili se qualcuno decidesse di premere il grilletto o suo analogo spaziale.
 
Nel 2007, per esempio, il satellite cinese Asat usato per un test anti-missile si sbriciolò in tremila pezzi dal diametro di dieci centimetri l’uno. Innocui? Tutt’altro. Per i prossimi quarant’anni viaggeranno alla velocità da capogiro di 27 mila chilometri orari, prima di rientrare nell’atmosfera terrestre e distruggersi. Nel frattempo, se sulla loro rotta dovessero incontrare altri abitanti metallici dello spazio, potrebbero causare danni seri, depressurizzazione e la morte di eventuali astronauti. Oltre a creare altri detriti potenzialmente killer.
 
Se tutto ciò, da una casualità estrema e inopinabile, si trasformasse in una deliberata volontà di colpire un bersaglio per danneggiare una potenza rivale, le conseguenze sarebbero pesantissime. Non è improbabile. Già ai tempi della Seconda Guerra Mondiale i nazisti stavano pianificando il lancio di un razzo che avrebbe fatto rotta verso lo spazio prima di ridiscendere per colpire il suo obiettivo, gli Stati Uniti. E parliamo di tecnologie di settant’anni fa.  

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