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Sport, così il coach diventa digitale

La frontiera degli atleti è aumentare sé stessi per migliorare le prestazioni, anche se il confine con l'ossessione è vicino

di Guido Castellano e Marco Morello – da Barcellona

Se Cartesio fosse vissuto nell’era dello smartphone e non a cavallo tra il 1500 e il 1600, probabilmente avrebbe attribuito al pensiero umano un ruolo meno cruciale e decisivo. La sua locuzione più famosa sarebbe passata da «Cogito ergo sum» a un più pragmatico «Mi misuro, quindi esisto».

Già, perché grazie ai gadget tecnologici di ultima generazione, è possibile tenere sotto controllo il minimo dettaglio di sé in tempo reale. Semplicemente dando un’occhiata allo schermo del telefonino, sotto il nostro naso scorre precisissimo l’elenco completo di vari parametri vitali, inclusi il battito cardiaco e il ritmo del respiro. E poi il livello di forma, percentuali di massa magra e grassa, il movimento effettuato ora dopo ora, le prestazioni in qualunque disciplina.

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Quanto robusta sia questa tendenza lo ha dimostrato, per l’ennesima volta, il «Mobile world congress» di Barcellona, la fiera più importante al mondo dedicata all’universo di telefonini e dintorni che si è conclusa pochi giorni fa. Sotto i padiglioni della kermesse catalana ha sfilato un numero impressionante di sensori intelligenti racchiusi in forme non sempre consuete, capaci di dialogare senza fili con il nostro dispositivo da tasca preferito.

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Skulpt misura la massa muscolare in ogni punto del corpo – Credits: Skulpt

L’analisi dell’immensa mole di dati prodotta da tali oggetti ha naturalmente uno scopo ben determinato: trasforma uno sportivo in un coach di sé stesso. È una specie di doping, del tutto legale, non meno invasivo né privo di conseguenze. Il tennista, dilettante o professionista poco importa, può sapere l’esatta velocità a cui colpisce la palla; il cestista e il golfista in quale modo prende la mira; il runner come appoggia il piede sul terreno; il ciclista qual è la tenuta dei suoi sprint. Il neofita del fitness o il body builder scafato, se quegli infiniti, faticosi minuti spesi tra gli attrezzi, daranno i frutti sperati oppure no. Focalizzandosi sui suoi errori, correggendo il tiro se a uno sforzo non corrisponde il beneficio atteso.

In definitiva, si finisce per aumentarsi artificialmente grazie ad appendici di plastica e silicio, grafici digitali, applicazioni sapientone. Sembra il procedimento del vecchio Tamagotchi, ma ribaltato, visto al contrario: se con il giochino giapponese eravamo noi ad avere cura di un piccolo animaletto elettronico, questi gadget ci trasformano in tanti Tamagotchi umani, dipendenti dai loro algoritmi. Spingendoci sull’orlo di un confine sottilissimo con l’ossessione, con la schiavitù dalle raccomandazioni di bit.

Il segreto, allora, è mantenere la giusta distanza. Prendere l’utile, scansando l’eccesso. L’orologio Apple Watch, per esempio, può suggerire ogni ora a chi lo indossa di prendersi una pausa. Di scattare in piedi, sganciarsi dalla scrivania, fare quattro passi. Certo, siamo noi a porci gli obiettivi di calorie bruciate e attività da compiere ogni giorno, ma lo smartwatch è in grado di spronarci a realizzarli. Vibrando e illuminandosi, creando una sorta di senso di colpa in chi è più pigro, inchiodandolo di fronte all’evidenza della sua accidia. 

Questi gadget ci trasformano in tanti Tamagotchi umani, dipendenti dai loro algoritmi. Spingendoci sull’orlo di un confine sottilissimo con l’ossessione, con la schiavitù dalle raccomandazioni

Non stupisce dunque che farsi assistere dalla tecnologia per misurare le proprie prestazioni sportive e automigliorarsi sia ormai un fenomeno di massa. E che i gadget che lo consentono stiano avendo un successo paragonabile a quello degli smartphone. A dimostrarlo ci pensano i numeri, che fotografano un sorpasso epocale a danno di una roccaforte della tradizione: nell’ultimo trimestre 2015, gli smartwatch venduti in tutto il mondo sono stati 8,1 milioni, con la benedizione di vip e celebrità assortite che prima sfilavano con il segnatempo di grandi maison, oggi pubblicano raffiche di selfie su Instagram sfoggiando i loro allenatori da polso. Ecco che il presidente Barack Obama e la cantante Britney Spears appartengono alla tribù del Fitbit, l’attrice Gwyneth Paltrow ha un activity tracker Up di Jawbone, mentre Demi Lovato e Gwen Stefani sono fanatiche dell’Apple Watch.  

Ma non è solo una questione di moda. Negli Stati Uniti, progressivamente in tutto il mondo, la passione di misurare le proprie prestazioni e trasformarle in dati da analizzare è passata da mania di pochi a movimento culturale che coinvolge milioni di persone. È il popolo del «Quantified self», di chi fa delle sue performance la misura del suo essere. Anziché condividere foto, filmati e faccine sui social network, pubblica i suoi risultati sportivi a caccia dell’approvazione di amici, conoscenti e altri adepti della religione dell’autoconsapevolezza fisica. Il vecchio «Conosci te stesso» tanto caro a Eschilo, pilastro della cultura greca, rivisto e aggiornato all’epoca degli smartphone.

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