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Social

Viaggio nel futuro di Facebook

Le novità in arrivo nell'ecosistema del social network, dalle chat con i bot su Messenger ai video in diretta dai droni

da San Francisco

Non è rimasta una sedia vuota in questo capannone sterminato di Fort Mason, ex base militare dell’esercito americano, oggi spazio per eventi incastrato tra l’oceano e Marina, l’area più chic di San Francisco. A un tratto il brusio diventa boato quando, maglietta chiara su jeans scuri, Mark Zuckerberg sale sul palco per stringere in 29 minuti e spiccioli il futuro di Facebook.  

Davanti al demiurgo della nazione digitale più popolosa al mondo, 1,65 miliardi di abitanti secondo l’ultimo censimento, non ci sono analisti stizzosi, politici da blandire o investitori da sedurre, ma 2.600 interessati fedelissimi arrivati da ogni continente per F8, l’evento esclusivo, tutto esaurito, riservato ai creatori di siti e applicazioni: gli sviluppatori. Qui, dalla voce di ingegneri, gregari e responsabili della piattaforma, possono scoprire dal vivo come sta cambiando il social network, quali nuove opportunità darà loro per ospitare spazi pubblicitari o farsi conoscere meglio. È insomma il posto giusto e blindato, a cui Panorama ha potuto avere accesso, per sbirciare da dietro le quinte le evoluzioni di un ecosistema scolpito nel nostro quotidiano, che spazia da WhatsApp a Instagram fino a inglobare Messenger.

Proprio il servizio per chiacchiere e traffico di faccine con i contatti di Facebook, che ha appena aggiunto le chiamate di gruppo e raggiunto quota 900 milioni di iscritti, è attraversato da una scossa tellurica con il debutto dei bot, computer in grado di dialogare con noi: penseremo di parlare con una persona, staremo conversando con un’intelligenza artificiale sempre a nostra disposizione.Potremo chiedere via chat a un giornale le ultime notizie, a un sito di e-commerce di consigliarci un paio di scarpe e poi spedircele, alla pizzeria dietro l’angolo di cuocere una margherita e recapitarla a domicilio. Il tutto con un linguaggio colloquiale: «Con il vantaggio di una risposta immediata, senza il timore di essere costantemente disturbati, perché saremo sempre noi ad avviare la conversazione e basterà un tocco sullo schermo per interrompere le notifiche» assicura a Panorama, in esclusiva per l’Italia, Stan Chudnovsky, responsabile mondiale del messaging di Facebook. I bot sono in una fase embrionale con prestazioni oltremodo zoppicanti, ma hanno il potenziale per imporsi come abitudine. 

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Folla di sviluppatori all'ingresso di F8 – Credits: Facebook

«I bot hanno il vantaggio di una risposta immediata, senza il timore di essere costantemente disturbati, perché saremo sempre noi ad avviare la conversazione e basterà un tocco sullo schermo per interrompere le notifiche»

Con questa mossa, nel frattempo, il gigante californiano lancia la sfida al duopolio di Google e Apple, che offrono i medesimi servizi dalle applicazioni per iPhone e Android. E mira a incrementare i profitti pubblicitari, già a quota 18 miliardi nel 2015, il 44 per cento in più rispetto all’anno precedente. In parte girati agli sviluppatori, che dal 2010 a oggi hanno ricevuto quasi 10 miliardi di introiti. Assieme a un corollario di vantaggi meno misurabili in termini di redditività, comunque sostanziosi: per esempio, la possibilità di conoscere gusti e preferenze degli utenti quando usano il social network per iscriversi o accedere a un servizio, anziché le classiche username e password. Un’opzione parecchio gettonata, che trasforma Facebook in carta d’identità digitale, dettagliata, universale: «Ben il 55 per cento degli utenti della nostra applicazione lo usa per effettuare il login» conferma Yara Paoli, tra i rari italiani presenti qui a F8, direttrice della crescita del motore di ricerca di voli aerei Skyscanner. «Poter usufruire di strumenti efficaci per conoscere meglio i loro interessi» aggiunge «ci ha permesso di realizzare contenuti personalizzati».

Il sottotesto è che nessuno sa annusare meglio cosa ci piace di re Zuckerberg. Un sovrano che, per citare una recente copertina del settimanale The Economist, non sonnecchia sul trono, cova piuttosto ambizioni imperialistiche: intende portare internet nelle aeree meno sviluppate in cui il web è debole o del tutto assente. Lo farà via satellite e tramite velivoli futuristici in grado di volare in autonomia alimentati dalla forza del sole, facendo rimbalzare il segnale fino al suolo. L’obiettivo, sbandierato senza licenze al pudore, è raggiungere quota 5 miliardi di iscritti entro il 2030, più del triplo degli attuali: una colonizzazione sotto le insegne del pollice alzato. I paragoni con l’epopea di Roma diventano leciti.

D’altronde, anche i più scettici scommettono sul suo successo, vista la capacità di Facebook di scardinare convinzioni e riscrivere consuetudini. A San Francisco sono stati zittiti i detrattori della realtà virtuale, chiunque l’abbia bollata come esperienza destinata a incastrarci in universi solitari e paralleli, mostrando un’applicazione per incontrare altri amici che vivono dall’altra parte della città o del mondo: con il visore Oculus Rift piantato sulla testa, giocattolo acquisito per 2 miliardi di dollari un paio d’anni fa, li si sfida a ping-pong, si partecipa a una riunione o si esplora una capitale sconosciuta, quasi si fosse uno accanto all’altro nel medesimo ambiente. In attesa di occhiali identici a quelli tradizionali (il prototipo esiste già), che condenseranno la tecnologia degli ingombranti caschi in una lieve montatura.    

Numeri alla mano, Zuckerberg ha anche rivelato che si è aperta una frontiera più autoreferenziale ed esibizionista dei selfie: i video in diretta, la possibilità di trasmettere in streaming ai nostri contatti cosa stiamo facendo in ogni istante, riprendendoci dallo smartphone. Questi contenuti ricevono dieci volte più commenti di quelli preregistrati perché danno il senso ad amici e conoscenti di essere parte dell’azione in corso. Oggi sono realizzabili dai cellulari tramite l’applicazione di Facebook, presto la facoltà verrà estesa a fotocamere e dispositivi assortiti dotati di obiettivo come i droni. Prospettive volanti e inedite per condividere sé stessi, transitando comunque dallo stesso regno digitale che, a colpi di «mi piace», si va trasformando in un impero sterminato. 

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