Facebook-sede-apertura
Social

Un giorno dentro Facebook

Viaggio nella sede europea del social network, tra sorveglianti di contenuti, un ristorante doppio, nerd, giocolieri, Minni e Homer Simpson

da Dublino 

Il senso del dinamismo è già appeso sui cartelli che scendono dalla parete opposta alla reception, oltre le porte girevoli dell’ingresso: «Muoviti veloce», «Fatto è meglio di perfetto», «Cosa faresti se non avessi paura?», urlano in un rosso maiuscolo ai visitatori di passaggio e ai 1.100 addetti che a turno appoggiano il badge sui tornelli, barriere di vetro a fisarmonica addossate agli ascensori. C’è poco da tergiversare, resta evidente il sottinteso: bisogna contribuire a dirigere il sovrumano traffico di 1,5 miliardi di utenti, 1 miliardo dei quali si collegano ogni giorno da computer e telefonini inondando le bacheche con 350 milioni di immagini quotidiane e una stima a troppi zeri di «mi piace»; eliminare post, commenti, foto e video offensivi, tradurre le novità della piattaforma in varie lingue, vendere pubblicità nelle sue nuove e nuovissime forme, video anche a 360 gradi oggi, realtà aumentata molto presto.

 

È un giovane e allegro melting pot il quartier generale europeo del social network più popoloso del mondo: età media sotto i 30 con robusta rappresentanza di ventenni, t-shirt come divise, short banditi dal freddo, jeans sì, camicie quasi zero, giacche non pervenute. Alta frequenza di lentiggini e crini rossi, certo, e però un 70 per cento di non irlandesi (una sessantina gli italiani), come raccontano le bandiere multicolore distese negli uffici progettati dall’archistar Frank Gehry, firma di lusso degli interni. Il collega altrettanto vip Daniel Libeskind è invece mente dell’esterno, gioco di trasparenze, qualche pieno e molti vuoti per assorbire la rara luce dublinese. Refrain appena raddoppiato, visto che una seconda ala è stata appena aggiunta e ci sarà posto per duemila persone. Candidarsi prego, la sequela di scrivanie vuote promette assunzioni a breve termine.

Siamo nella Silicon Docks risposta Irish alla Valley, accerchiati da colossi di silicio e soprattutto di bit, dai vecchi Yahoo! e LinkedIn ai parvenu Airbnb e altre esplosive start-up. C’è un reparto marketing, uno per le vendite, ma il più interessante è il meno accessibile. È la squadra che risponde alle segnalazioni dei contenuti pericolosi, disgustosi, fastidiosi, se sollecitata dagli utenti. Quella che cancella tutto ciò che è in contrasto con la policy della piattaforma. Ce n’è una anche a Menlo Park, California, un’altra ad Austin, in Texas, un’altra ancora in India. Diversi fusi orari per poter essere operativi 24 ore su 24, festivi e festività naturalmente inclusi; 27 le lingue supportate per fare valutazioni tanto di contenuto quanto di contesto. Perché ciò che è offensivo per un francese può non esserlo per un italiano, dunque servono occhi e menti tarate sulle sensibilità locali per non scivolare sulla buccia, inconsapevole, della censura.

Spesso ci prendono, ogni tanto no, come quando fanno sparire dalle bacheche il capolavoro «L’origine del mondo» di Courbet perché raffigura in primo piano l’organo sessuale femminile. «Siamo esseri umani, facciamo degli errori, e quando li commettiamo siamo molto dispiaciuti» ammette Siobhan Cummiskey, policy manger per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, un passato in organizzazioni attive nella difesa dei diritti umani. Non calpestarli, è l’ossessione di Facebook. I pilastri sono le regole di quello che si può postare e cosa no, norme universali valide per tutto questo ciclopico continente virtuale. Che sbarra le porte con fermezza a chi difende e promuove il terrorismo o il crimine organizzato, sfrutta strumenti avanzatissimi (targati Microsoft) per riconoscere immagini a contenuto pedopornografico e sbattere fuori chi le pubblica.

È l’unica eccezione alla regola aurea: il social network non filtra a priori quello che scriviamo e pubblichiamo, si affida alla segnalazione dei suoi iscritti per scongiurare atti di bullismo, tentativi di suicidio, banale spam e derive umorali eventuali trasmesse in diretta ad amici e conoscenti. Detto senza perifrasi, è un lavoraccio. «La segnalazione di un contenuto è la versione non ufficiale del tasto “non mi piace”» confessa Cummiskey, che sciorina con un filo di rassegnata condiscendenza beghe di parenti litigiosi, screzi tra compagne di classe invidiose, fulmini tra coppie scoppiate, tentate dal capriccio di sabotare la bacheca del partner fedifrago con l’avallo di Mark Zuckerberg.

Per sopravvivere a questo flusso, come minimo per scremare quello che è urgente e quanto può aspettare anche qualche giorno, a Dublino come nelle altre sedi usano un raffinato ed evoluto sistema di gerarchie, come racconta Julie de Bailliencourt, safety policy manager per Europa, Africa e Medio Oriente. «Dobbiamo bilanciare velocità ed efficienza. Ovvio che le ipotesi di suicidio hanno la priorità assoluta». Anzi, quando la gravità è evidente, «una volta valutata attendibilità e credibilità», la società fa un passo in più: condivide i dati della persona che può nuocere a sé stessa con le autorità locali perché possano intervenire in tempo. Il motto è: «Viene prima quello che ti può far male nel mondo reale, poi quello che ti ferisce su Facebook».

Ma come si diventa sentinelle del social network? C’è un training e, passo dopo passo, si acquisisce confidenza con la policy della piattaforma. Una volta pronti, si è soli e sovrani: non c’è nessun supervisore, troppo complesso gestire un secondo livello di approvazione delle rimozioni, ci sono di routine controlli di qualità e si aprono approfondimenti su casi specifici quando si commettono errori. «Naturalmente, se abbiamo sbagliato ripubblichiamo il contenuto che abbiamo eliminato», dice de Bailliencourt. La stessa squadra, oltre al cappello di vigile urbano per dirigere il traffico delle segnalazioni, indossa la divisa da poliziotto per distribuire sanzioni. Chi insiste con foto offensive, può vedere la funzione disabilitata sul suo profilo, per un po’ non gli sarà consentito pubblicare immagini; chi persevera con ciò che è fuori luogo riceve un avvertimento, preludio all’espulsione in caso di recidiva.  

Tanta motivata severità stride con l’ambiente giocoso della sede multipiano di Facebook. La regola è riprodurre il campus luna park della Silicon Valley, formula che tiene e francamente attira, almeno contro il grigiore ministeriale di troppi tristi open space nostrani: ci sono tavoli da ping pong, bar e snack sempre disponibili, aree per leggere, rilassarsi, pensare; il ristorante ha due linee, nome da fabbrica ma delizie cucinate al momento nel piatto: più tradizionale la prima, tranne il giovedì in cui sperimentare è concesso; contaminata di etnico la seconda, con trionfi di curry, indefinibili prelibatezze e salsine curiose: chiamarla mensa sarebbe una bestemmia. Tutto gratis per tutti, assunti e ospiti. In bagno, pile di kit con dentifricio e spazzolino, deodoranti, per sé e per gli ambienti; all’uscita poncho pronti all’uso all’occorrenza, frequentissima, di pioggia.

Aggirandosi tra gli uffici spuntano di continuo le aree off limits: «Nessun visitatore oltre questo punto», si legge sul cartonato di un Homer Simpson sorridente o sul busto di Minni con un dito vezzoso accanto alla bocca spalancata. Passa il messaggio, così il divieto è meno perentorio. Ci sono murales e anche un muro con pennarelli dove ognuno può scarabocchiare quel che vuole, il «Facebook wall», l’unica bacheca che ha sostanza e persino odore.

Facebook-sede-12

The Facebook Wall – Credits: Marco Morello

In una stanzetta poco distante un ragazzo con una maglia blu è impegnato in una videoconferenza, lì accanto un collega parla al telefono in un auricolare mentre fa volare in aria tre pallette. Sedie e tavoli sono di ogni forma, stazza e materiale, qualcuna s’inchina a un costoso design scandinavo. Ecco lo studio Smb, dove si elaborano annunci e inserzioni per le piccole e medie imprese; aule e aulette per la formazione dei nuovi arrivati e l’aggiornamento dei veterani. Ma a restare impresso è il regno di un gruppo di «nerd», nel senso più positivo, puro, del termine. Aggiustano computer e telefonini malconci, scrivono lunghe e incomprensibili righe di codice su un divano, mentre un brano hip hop martella e storpia note in sottofondo. È lo spirito svaccato, irruente nella sua spontaneità, delle origini di Facebook. Senz’altro quello più autentico, ancora qui un miliardo e mezzo di utenti dopo.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti