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La vittoria di Trump? Non è stata influenzata dalle bufale su Facebook

Mark Zuckerberg replica alle accuse: gli americani hanno votato in base al vissuto. Da pazzi pensare a un condizionamento delle notizie

Molti dei ragionamenti a caldo che hanno fatto seguito all’inaspettata vittoria di Trump negli Stati Uniti si sono concentrati sul peso dei social media sull’esito finale del voto.

L’elevatissimo numero di tweet (75 milioni) e di interazioni su Facebook (716 milioni) registrati nella sola notte elettorale, sono già di per sé un segnale evidente di un legame, mai così forte, fra gli elettori e il mondo dei network sociali. Solo quattro anni fa, per dire, questi numeri erano più che dimezzati. 

L'informazione? Ormai passa dai social
Fin qui, nulla di male. Che gli utenti si aggiornino sempre più grazie ai nuovi media è ormai un dato di fatto. Basti pensare che secondo una recente ricerca PewResearch il 62% degli americani si informa tramite Facebook & Co. Il problema riguarda semmai il condizionamento - positivo o negativo - che i social possono generare a livello politico. Soprattutto quando di mezzo ci sono notizie non verificate, dubbie, se non addirittura bufale.

La critica che è stata mossa da più parti ai social network, e in particolare a Facebook, a seguito della vittoria di Trump è di aver favorito la divulgazione di notizie false e tendenziose durante la campagna elettorale. Facebook ti prego, diventa migliore, è l’accorata richiesta che Sam Biddle rivolge a Mark Zuckerberg e soci in un articolo che analizza le responabilità di Menlo Park (e degli altri media sociali) nell'esito delle presidenziali 2016. "Si può dare la colpa di Facebook a titolo definitivo per la vittoria di Trump, oppure no. Ma per lo meno, c’è una certa responsabilità per il loro ruolo nella diffusione di questa marea tossica di disinformazione deliberata e caos non fattuale", scrive l'autore.

Ma Zuckerberg non ci sta
La risposta di Mark Zuckerberg non si è fatta attendere. In occasione della conferenza Technonomy, il CEO del grande libro digitale delle amicizie ha voluto sottolineare l'assoluta neutralità del servizio, ma soprattutto l’inconsistenza della tesi secondo cui Facebook possa in qualche modo favorire un candidato piuttosto che un altro, nella fattispecie Donald Trump.

"Gli americani hanno votato in base all’esperienza vissuta, ha spiegato il guru di Menlo Park, folle anche solo pensare che le notizie false, che peraltro rappresentano una quantità davvero modesta di contenuti, abbiano in qualche modo influenzato il voto".

La reazione così piccata del patron di Facebook va letta in un quadro temporale più ampio di quello degli ultimi giorni. Già nel 2014, Zuckerberg aveva fatto capire di avere molto a cuore il tema della neutralità del servizio sui contenuti a sfondo politico. Dalle parole si è passati ai fatti quando, la scorsa primavera, Zuck ha annunciato di aver rimosso dal proprio incarico lo staff deputato alla curation dei trending topics, affidato a un più neutrale algoritmo di selezione proprio per evitare qualsiasi pericolo di manipolazione, conscia o inconscia.

Tuttavia, fanno notare i più critici, non si capisce perché il social network più popolare e popoloso del mondo non abbia ancora adottato meccanismi che permettano di filtrare in modo intelligente i contenuti, dividendo quelli fondati (o quanto meno basati su sorgenti affidabili) da quelli di serie B o serie C.

Fact checking: un orizzonte possibile?
La richiesta si è fatta più pressante da quando, lo scorso mese, Google ha attivato il nuovo sistema di fact-checkin all’interno di Google News. Da quel momento sembra essersi rafforzata l'idea che tutti i giganti del Web debbano assumersi la responsabilità di controllare in maniere più accurata la qualità delle notizie ospitate all'interno delle proprie piattaforme.

Facebook non è una media company, ha spiegato più volte Mark Zuckerberg, quasi a rivendicare una sorta di estraneità a tutto ciò che attiene la produzione di contenuti. Eppure, da un servizio che è sempre stato attentissimo alla divulgazione di materiale inopportuno, a tal punto da occultare persino una delle foto simbolo della guerra in Vietnam, ci si aspetterebbe qualcosa di più. Che possano o meno influenzare il voto, certe notizie che passano dai social sono a dir poco raccapriccianti. E di sicuro più pornografiche di un nudo di guerra.

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