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Tolleranza o controllo? Servono regole certe per combattere il terrorismo sul web

Ancora una volta Facebook e Twitter sul banco degli imputati ma adesso c'è cooperazione per zittire la propaganda online

Non sapremo mai quanti attacchi terroristici i social media abbiano contribuito a sventare negli anni ma la sensazione è che si debba fare molto di più.

Ogni sei mesi, nei loro report di trasparenza, Facebook, Twitter e Google (e tanti altri) non fanno altro che glorificare il fatto di aver ricevuto sempre più richieste di accesso ai dati degli iscritti da parte delle autorità e di averne accettate sempre meno, per preservare la privacy degli stessi. Tra questi però ci sono anche gli estremisti, che continuano a organizzarsi sul web senza grossi problemi.

Contrastare il nemico

Un trend che deve cambiare, stando a Theresa May e Malcolm Turnbull, primo ministro australiano. Dopo i fattacci di Manchester il partito conservatore britannico era stato chiaro: “Per troppo tempo chi gestisce le piattaforme social ci ha riso in faccia”. Il motivo? Se la polizia inglese (come di qualsiasi altro stato al mondo) ritiene di dover tracciare i movimenti digitali di un certo individuo chiede a Facebook il permesso di farlo. Se quest’ultimo non ritiene vi siano i presupposti risponde picche, nulla da fare, cerchino una soluzione altrove.

Chi decide cosa

Non è dato sapere chi decide i presupposti o gli elementi che fanno di un navigatore una minaccia ma è evidente che non si possa più agire così, nella totale assenza di linee guida (queste sono decisamente inadeguate) che mettano d’accordo governi e compagnie private, nelle cui mani ci sono le vite di miliardi di persone. Privacy o controllo? La bilancia ha un ago molto sensibile che però va usato, altrimenti ci si ritrova sempre al punto di partenza.

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Radicalizzazione in rete

Se lo dice Mohammad Yazdani Misbahi, imam del London Fatwa Council, allora dobbiamo crederci: “I terroristi di oggi non trovano motivo di radicalizzarsi nelle moschee. Il loro spazio naturale è sui social media dove anche noi non abbiamo controllo. Solo Google ce l’ha”. E cosa fa Google? Dice di prendere in considerazione i link a forum e siti di propaganda ma lascia che su YouTube siano pubblicati decine di video che inneggiano all’Isis.

Il precedente italiano

Se ne era accorto pure il Codacons che a metà maggio aveva inviato un esposto alla Procura di Roma e alla Polizia Postale: “YouTube è velocissima nel rimuovere filmati che violano il copyright, non come lo è nell'individuare e cancellare i video pubblicati dallo Stato Islamico, che restano online a lungo”.

Quale collaborazione

Siamo chiari: trovare una soluzione non è semplice perché c’è il rischio, come dice Maria Farrell dell’Open Rights Group, di bruciare il villaggio per salvarlo. Ma la tecnologia può supportare il lavoro delle forze dell’ordine se solo lo volesse.

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Algoritmo predittivo

Un esempio è quello portato avanti dall’Università di Miami, che ha sviluppato un algoritmo in grado di predire i movimenti dei terroristi sul social russo VKontakte. La piattaforma ha 360 milioni di iscritti e la tecnica ha permesso di isolarne circa 108 mila per presunte connessioni con l’Isis. Le proporzioni in merito a Facebook sarebbero certamente superiori ma una cernita del genere darebbe uno slancio essenziale alle indagini a livello globale.

Rischiamo di essere decisamente cinici ma pare che nei quartier generali delle multinazionali USA si guardi ancora un po’ troppo al fatturato e meno a cosa poter fare per ridurre il numero di utenti attivi mensilmente, se si tratta di persone poco raccomandabili.

Il momento della svolta

Sono serviti altri morti e altri feriti per azionare una strategia diversa. Come riporta la NBC, Facebook e Twitter hanno cominciato ad attivarsi seriamente per semplificare le attività di monitoraggio sul web. Lo avevano già fatto mesi fa ma adesso la cooperazione è maggiore. Questa si è già tradotta in una rimozione di parecchi jihadisti dai rispettivi servizi e da app, che fanno pure uso della crittografia, notoriamente difficile da identificare e manomettere.

Crittografia svelata

E anche Telegram, molto usato proprio per la possibilità di mantenere le chat segrete, sembra essersi finalmente convertito alla giusta causa della lotta al terrorismo, mettendo da parte gli interessi economici e rischiando di far cadere la qualità che da sempre lo ha contraddistinto dai rivali, la sicurezza delle conversazioni, nell’ottica di supportare la scoperta di futuri attentatori. Non a caso Rob Wainwright, Direttore dell'Europol, ha detto: "Telegram è invasa dai terroristi. Bisogna intervenire più di quanto fatto sinora".

Abbiamo bisogno di regole

La piazza virtuale è sempre più sinonimo di vita sociale concreta e organica, ovvero reale. Se i terroristi di una volta si incontravano in un sottoscala della periferia ora lo fanno tra i meandri di un portale sul dark web o di una chat protetta. Se nei territori comandati la bandiera nera dell’Isis viene sventolata su carri armati, in Occidente è presente tra gli avatar che distinguono le identità liquide in rete.

Comprendere la differenza di propaganda offline/online, anche dialettica quando non esplicata, è necessario. E le aziende non ci raccontino della difficoltà di scovare personaggi nascosti su internet quando ci mettono due minuti a riempirci il browser dell'ultimo prodotto visto su Amazon.

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