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Questo robot trova per noi il vero amore su Tinder

True Love analizza le nostre reazioni di fronte alle foto dei profili sul sito di dating e calcola scientificamente se scatta il feeling oppure no

Più che di cuore, è diventata una questione di pancia: in un bizzarro equilibrio a metà tra il pigro e il compulsivo, scorriamo foto su Tinder e decidiamo a colpi di polpastrelli chi ci piace e chi invece no. Chi va scartato o promosso nella bulimica lista delle nostre potenziali fiamme. E se stessimo clamorosamente sbagliando? Se l’occhio ignorasse quello che il cervello desidera davvero?

Da questo dubbio per niente ingenuo è partita Nicole He, una studentessa di telecomunicazione interattiva all’ultimo anno della New York University. Come progetto di fine corso, ha presentato una manona robot che sembra uscita da un episodio della famiglia Addams, ma anziché spaventarci vuole aiutare a innamorarci.

È collegata a un tappetino in cui vanno inserite tutte e dieci le dita per sottoporsi a un rapido test. Per scoprire, misurare, giudicare, le reazioni della nostra pelle di fronte alla sequela di immagini del social per cuori solitari o in cerca di trasgressione. Il principio è noto come Gsr, «Galvanic skin response» e la sua variabilità è usata anche nella macchina della verità. Più il responso è significativo, intenso, maggiore è il coinvolgimento di fronte a quello stimolo e dunque maggiore la probabilità che, quantomeno sul piano estetico, il soggetto che campeggia sul nostro smartphone sappia scatenare turbinii nel nostro inconscio.

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«True love», vero amore, questo il nome impegnativo del progetto, tenta di vestire di scientificità l’impulsività. È a prova di tecno-allergici perché la mano fa tutto in autonomia: si muove verso destra o sinistra indicando se il profilo è da scartare o approvare. Ha una forma abbozzata e rudimentale, che potrà essere corretta in corsa se qualcuno deciderà di produrre il prototipo e portarlo sul mercato.

Nicole He è partita da un postulato, da un’evidenza: concediamo a smartwatch e braccialetti intelligenti di registrare quanto dormiamo e ci alleniamo, lasciamo che si arroghino il diritto di dirci se dovremmo muoverci di più, mangiare meglio, essere meno stressati e più rilassati. Perché non stiracchiare il concetto allargandolo alle questioni di cuore?

Forse è un rimbalzo preventivo alle note di biasimo arrivate puntuali dopo l’uscita della notizia su tutti i blog hi-tech del mondo, da Mashable a Cnet: la scienza, spietata, ha punto e trafitto la scientificità di «True Love», per il suo difetto di universalità, perché ogni pelle, e comportamenti annessi, è diversa dall’altra. Non servivano tanto sforzo e premura: sappiamo quanto le foto di Tinder ed epigoni siano inautentiche, montate ad arte per essere gradevoli, magnetiche, nei casi più disperati tollerabili. 

Ma non basta il difetto logico a smontare l’attrattiva di promesse del genere. Qualche anno fa un costosissimo servizio di sms in abbonamento garantiva di calcolare l’affinità con il partner incrociando semplicemente il nostro nome con il suo. Altro che sudore, ghiandole, algoritmi e robot a forma d’arto. Era un puro gioco, fu un successone: anche quando è palese che non ha senso sperarci, amiamo credere che potrebbe essere per sempre.

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