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Parla come emoji

Faccine e iconcine fanno ormai parte del nostro vocabolario. Mezzi per arricchire la comunicazione o ci stiamo semplicemente impoverendo sul piano lessicale?

Difficile stabilire con esattezza quando e perché l'umanità abbia deciso - a un certo punto del suo percorso evolutivo - di comunicare a suon di faccine, cuoricini, scimmiette, e icone di ogni tipo. Secondo gli storici della comunicazione digitale, il merito (o la colpa, dipende dai punti di vista) è da ascrivere agli operatori giapponesi che, sul finire degli anni Novanta, introdussero i primi rudimentali simboli stilizzati a supporto dei propri servizi di collegamento web mobile. La stessa parola "emoji" deriva dall'unione di due termini di lingua nipponica: "e" (immagine) e "moji" (personaggio).

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Ma è solo nell’ultimo decennio, con l’avvento di WhatsApp e delle varie applicazioni di messaggistica, che la emoji-mania si è davvero compiuta. Proprio mentre le nostre conversazioni si trasferivano dagli SMS alle chat, abbiamo visto i nostri messaggi popolarsi di migliaia di simboli di ogni natura e specie.

 

Un mondo pieno di faccine

Piacciano o meno, le emoji hanno cambiato il nostro modo di comunicare. Lo dicono le cifre: solo su Messenger, transitano ogni giorno più di 5 miliardi di faccine. Sono le rappresentazioni più evidenti della nuova “grammatica” digitale: che si tratti di una chiacchierata fa amici, piuttosto che di qualcosa di più impegnativo, c’è sempre un buon motivo per corredare un messaggio con un simbolo colorato.

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L’impatto è tanto più rilevante quanto maggiore è il livello di coinvolgimento in una discussione. In campo sentimentale, ad esempio, si può parlare oramai di un vero e proprio codice iconografico che si affianca – e in alcuni casi si sostituisce - a tutto il registro di comunicazioni non verbali.

È un linguaggio fatto di cuoricini, bacini, occhi dolci, guance arrossate e simboli più o meno melensi che arricchiscono, completano, in alcuni casi persino disinibiscono le conversazioni amorose. Secondo una ricerca condotta da Clover, una delle tante applicazioni di dating online, la scelta dell’emoji giusta può addirittura condizionare la probabilità di successo di un appuntamento online.

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– Credits: aleepiskin @iStock

Le ragioni di un fenomeno inarrestabile

Volendo semplificare, si può dire che le emoji si siano affermate per tre ragioni principali.

1. Perché sono immediate: le immagini valgono più di 1000 parole, non lo scopriamo certo oggi, e le emoji in fin dei conti non sono altro che delle immagini stilizzate. In grado di spiegare un concetto o un’emozione in modo molto sintetico ed efficace.

2. Perché arricchiscono la conversazione: le faccine sono anche un mezzo per rafforzare un messaggio, ma soprattutto per connotarlo dal punto di vista emozionale. Una frase può assumere sfumature completamente diverse quando viene condita con un’emoji; può diventare più leggera e ironica, ad esempio. È come mettere le sopracciglia alle parole, caricandole (o scaricandole) di tonalità diverse in base alla necessità (e all'interlocutore).

3. Perché ci aiutano a uscire da un’impasse: non sempre riusciamo a trovare le parole giuste. Ci sono casi – ad esempio quando c'è da chiudere un discorso o controbattere a un'affermazione su cui non possiamo (o non vogliamo) esporci – nei quali un’emoji rappresenta un buon modo (o, meglio, un modo comodo) per venirne fuori senza il rischio di essere fraintesi. In fondo si tratta un linguaggio codificato, facilmente comprensibile, che non richiede troppi sforzi di interpretazione.


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– Credits: Facebook

Verso una comunicazione senza parole?

Le emoji, va detto, non piacciono a tutti. E, anche fra chi le utilizza, si sta instillando il dubbio che il fenomeno stia prendendo una deriva un po' preoccupante. La paura è che questo sia in fondo l’ennesimo segnale dell’impoverimento della nostra cultura, della nostra (in)capacità di comunicare e di utilizzare la parole per trasferire concetti, pensieri, emozioni. I più intransigenti parlano di un’involuzione che ci riporterà dritti dritti all'era del linguaggio dei segni, al codice di Hammurabi, in poche parole alla preistoria.

Secondo Shigetaka Kurita, il papà delle emoji, si tratta però di paure ingiustificate: "Non accetto l'idea che l'uso delle emoji sia il segnale che le persone stiano perdendo la capacità di comunicare con le parole o che si ritrovino con un vocabolario limitato", ha spiegato qualche tempo fa il creatore del primo catalogo di faccine stilizzate, descrivendo il fenomeno come qualcosa di "trans-generazionale". "Le emoji sono cresciute perché soddisfano un'esigenza comune fra tra tutti gli utenti mobili, di qualisasi età: quella di riuscire a trasmettere emozioni in un modo differente da ciò che si può fare con un testo". Qualcosa che difficilmente potrà sostituire la parola per raccontare sentimenti complicati o sfumati, ma buono quanto basta quando ci sono di mezzo messaggi generici o leggeri.

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