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Instagram, perché i nuovi formati sono un'eresia

Aggiungendo il rettangolo al classico quadrato, il social network svilisce la sua identità e zittisce il linguaggio che lo ha reso unico

Pretendere l’eterno uguale, il fermo immagine nell’empireo ipercinetico della tecnologia, è da ingenui. Da illusi. Forse, da stupidi. Eppure. Eppure ci sono elementi che dovrebbero rimanere immutati. Non per pigrizia, mancanza di visione o apertura verso il nuovo, nemmeno per intrinseche capacità rassicuranti che li connotano. Banalmente, è questione di Dna. Di marchio di fabbrica. Di posizionamento, direbbero gli scaltri del marketing. D’identità, giusto per risultare meno algidi.

La Ferrari non può mettersi a costruire trabiccoli low cost, Fendi borse da mercatino, Rolex chincaglierie di plasticaccia. Ucciderebbero ciò che sono, sopprimerebbero quello che li distingue. Si suiciderebbero con un rito di massa. Ecco, forse non arriva a tanto la decisione di Instagram di affiancare il rettangolo al quadrato, di introdurre i formati paesaggio e ritratto per smetterla di mortificare chi oggi esulterà. Chi sentiva l'omogeneità per lato come un vincolo, un limite, un cappio. 

 

È una decisione che scatena troppi dubbi contaminati da voglia di purismo e semplice, infantile, giustificabile gelosia. Nostalgia verso qualcosa che andrà irrimediabilmente perduto. Quel quadrato rimane, per carità, sottintendono dall’azienda. Ma sopravvive come alternativa, possibilità, opzione. Invece, era la cifra stilistica del social network. La base del suo vocabolario, lo scheletro del suo linguaggio. Di più: la sua prospettiva sul mondo.

Imponeva di stringere ciò che è largo, strizzarlo in un confine definito. Tagliare, smussare l’eccesso e il superfluo. Sacrificare, oggi che siamo troppo viziati ad abbondare. Dando risalto al veramente importante eliminando gli spigoli, i contorni. Affermando, esibendo, la nostra idea di essenziale.

Volevi inquadrare la pineta quasi addosso alla riva, la striscia di spiaggia, il mare davanti, gli scogli lì in mezzo, il cielo lassù con la luna brillante ad accendere la scena? Troppo lusso. Dovevi togliere, anziché mettere. Il particolare schiacciava il generale.

Vezzo d’élite, per pochi all’inizio, almeno rispetto ai numeri esondanti di Facebook. La sensazione, splendida, era questa. Rimasta intatta nel 2012, ormai tre anni e mezzo fa, quando Mark Zuckerberg comprò il giocattolo dando sfogo al solito shopping aggressivo ma indovinato di ciò che, da tendenza, poteva trasformare in mucca per mungere soldi.

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Il formato originale di Instagram – Credits: iStock. by Getty Images

Sta arrivando la pubblicità. È un affronto alla pulizia di Instagram, ma un corollario comprensibile, se non giustificabile, di un servizio rimasto gratuito. Ex nicchia del poco ma buono, vetrina digitale del bello, ora ennesimo non luogo dove saziarsi a un buffet di «like» con lo stratagemma del tag giusto. Ancora più appetibile, più semplice, nelle nuove praterie del rettangolo in cui tutto vale, anche il verticale.  

Non è un dramma: ci abitueremo in fretta. Anzi, finiremo per chiederci come facevamo prima a limitarci tanto. A domandarci perché. È il prodigioso effetto del positivismo digitale. Un incantesimo che spinge via o relega a comprimario il passato a colpi ubriacanti (e arroganti) di nuovo.

Non è vero, almeno non sempre, che qualcosa in più sia davvero un guadagno.

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