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Una figlia di nome Hashtag

Negli Usa hanno chiamato una neonata come le etichette di Twitter. Non è solo una stravaganza. Ma la conferma dell'inizio di una nuova vita, quella digitale

Il post su Facebook con cui è stata annunciata la nascita di Hashtag

Dopo Chanel (Totti), Oceano (Elkann) o Nathan Falco (Briatore) abbiamo poco da meravigliarci da queste parti se negli Stati Uniti una coppia di giovani genitori decide di chiamare Hashtag la propria bambina, sì come come le etichette (queste: #) che si usano su Twitter per catalogare il tema del messaggio. Non è dato sapere ancora se la notizia sia vera o solo un fake, come si dice nella Rete. Ma è verosimile e questo forse la rende ancora più interessante perché diventa l’ulteriore conferma della social passion che sta prendendo il mondo, con effetti non ancora del tutto chiari e prevedibili.

L’orgoglioso papà che ha postato su Facebook la foto della sua pupetta appena nata, presentandola come Hashtag Jameson, non è solo l’ennesima manifestazione della “perversione onomastica” che periodicamente assale genitori sotto ogni latitudine e che spiega perché ci siano in giro pargoletti di nome Apple (Gwyneth Paltrow con Chris Martin) o Chanel (Ilari Blasi con Francesco Totti). Non si tratta di distinguere tra segmenti commerciali, tecnologia o profumeria. E neanche di capire quanto una passione possa marchiarti a vita: Dalla cantava “E se è una femmina si chiamerà Futura” (che di questi tempi sarebbe un bel nome) e Venditti by Guzzanti degenerava in  “E se nasce una bambina la chiameremo Roma…”.

Adesso siamo ben oltre il campo di calcio. La celebrazione onomastica di Twitter, come quella di Facebook (hanno già chiamato così un bimbo in Egitto), è solo l’ultima stravagante conferma della pervasività del vero fenomeno globale che sta segnando l’inizio del XXI secolo: i social media. Siamo tutti immersi in una rete di relazioni che non è corretto definire virtuali, perché sono reali anche se non fisiche. Un altro mondo che pian piano tende a sovrapporsi e a integrarsi con quello che per comodità possiamo chiamare “tradizionale”. Anche perché è decisamente più ampio e più mobile. Un tempo quando non sapevi come chiamare tuo figlio litigavi con il marito, ascoltavi con fastidio i consigli di genitori e suoceri, ti sfogavi con l’amica del cuore e al massimo consultavi qualche libro. Adesso chiedi ai tuoi 3800 followers su Twitter, come confessa di aver fatto (su “Chi” in edicola questa settimana) la campionessa Valentina Vezzali per il secondogenito atteso per il prossimo marzo. Non è la bizzaria di una star dello showbiz, visto che la stessa via ha seguito una delle 50 donne più potenti del mondo, Marissa Mayer, nuovo amministratore delegato di Yahoo! , che tre giorni dopo il parto era ancora indecisa. Meglio il referendum intimo che il battesimo orribile. Benvenuti nel nuovo mondo digitale.

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