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Facebook, gli studenti europei vogliono trascinarlo in tribunale

Non pago di aver costretto Facebook a togliere il riconoscimento facciale dai profili europei, il gruppo Europe v. Facebook lancia una raccolta fondi da 100.000 euro per portare il caso presso la Corte di Giustizia Europea

Privacy erased

– Credits: opensourceway @ Flickr

Sono giovani, informati, seguono da vicino le evoluzioni di Facebook, si siedono regolarmente a un tavolo, pronti a fare le pulci a ogni impercettibile cambiamento nelle politiche di gestione della privacy. Non sono avvocati pro-bono, sono semplici studenti che hanno molto a cuore la propria privacy e non mollano facilmente l’osso. Capitanati dall’ormai celebre Max Schrems, un anno fa hanno fondato il portale Europe v. Facebook , e da allora stanno facendo di tutto per costringere il colosso di Menlo Park ad adeguarsi alle normative europee sulla privacy.

Oggi, dopo che la Irish Data Protection Commissioner , l’autorità Irlandese garante per la privacy in Rete, ha emesso i risultati dell’ultima ispezione sui provvedimenti adottati da Facebook, il gruppo ha pubblicato una dettagliata documentazione in cui si dichiara sostanzialmente “insoddisfatto” del verdetto dell’IDPC, accusando implicitamente l’autorità di non avere il coraggio di muovere veramente battaglia contro il social network, che proprio in Irlanda ha stabilito il proprio quartier generale europeo.

I membri del gruppo, infatti, hanno sottolineato come, in alcuni casi Facebook avrebbe tardato a fornire i dati richiesti (le richieste fino ad oggi ammontano a 40.000). Non solo, pur riconoscendo che in risposta alle loro rimostranze Facebook ha “cambiato il processo di registrazione, implementato periodi di cancellazione per alcuni dati, aggiornato molteplici volte i termini d’uso e le politiche sulla privacy, consentito agli utenti un maggiore accesso ai dati e sospeso le funzionalità di riconoscimento facciale in EU”, Europe v. Facebook ritiene che alcune delle prove fornite da Facebook alla commissione irlandese siano false e annuncia che proverà a portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea.

In attesa di chiarire la propria posizione in una conferenza stampa attesa per la tarda serata di oggi, Facebook ha risposto così alle accuse: “Il modo in cui Facebook Irlanda gestisce i dati personali è stata oggetto di approfondita revisione dall’Irish Data Protection Commissioner  negli ultimi due anni. I due rapporti dettagliati prodotti dalla DPC dimostrano che Facebook Irlanda rispetta i principi europei in termini di protezione dei dati e la legge irlandese.

Un avversario meno tenace si sarebbe accontentato di mettersi in tasca una vittoria simbolica, e magari l’avrebbe sbandierata per farsi incoronare protettore dei diritti degli utenti. Ma ai membri di Europe Vs Facebook non interessano le corone d’alloro, come non interessa vincere una singola battaglia, loro vogliono la guerra. Così, nonostante Facebook abbia provveduto ad escludere gli utenti europei dai sistemi di riconoscimento facciale attivi sulla piattaforma, Max Schrems e compagni non intendono ancora rinfoderare le armi.

È passato ormai un anno da quando Max Schrems, studente universitario austriaco, ha chiesto a Facebook che gli venissero consegnati tutti i dati che il social network aveva raccolto su di lui. Non contento delle 1200 pagine ricevute, Schrems ha creato Europe v. Facebook, che ora è un vero e proprio portale di riferimento per chiunque sia scontento delle politiche di Facebook sulla privacy. Ora, si dichiara pronto ad alzare l’assicella del conflitto di una spanna, e ha lanciato una campagna di crowfunding per raccogliere i 100.000 dollari necessari a portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea.

Un caso giudiziario simile rappresenterebbe una punto di svolta per l’intera industria dell’IT,” ha dichiarato Schrems “Alla fine ci troveremmo ad essere noi contro Facebook, e qualunque sarà l’esito, inciderà sul modo in cui il social network può utilizzare i dati.

Quello austro-irlandese non è l’unico fronte privacy su cui Facebook si trova a combattere. Negli States è stata lanciata una class-action incentrata sulla visibilità dei like espressi dagli utenti. Il risultato è che Facebook si trova letteralmente tra il martello dei difensori della privacy (che chiedono una maggiore riservatezza) e l’incudine degli investitori (che esigono nuove strategie di monetizzazione, che spesso portano Facebook a cercare di moltiplicare la quantità di dati raccolti da ogni utente).

Chi la spunterà? Gli attivisti di Max Schrems o gli azionisti di Wall Street? Lo sapremo nei prossimi mesi. Nel frattempo, si prevedono rovesci e burrasche su tutta Menlo Park.

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