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Come cambia Facebook con l’arrivo delle Music Stories

I nostri News Feed si popoleranno con gli spezzoni della musica condivisa dagli amici che ascoltano Spotify (e Apple Music). Ecco come

Non solo le nostre foto, i nostri pensieri, le notizie che leggiamo e i video che reputiamo più interessanti. Facebook vuole “prendersi” anche la musica che ascoltiamo. L’annuncio di Music Stories - l’accordo che porterà sui nostri News Feed spezzoni di musica (della durata massima di 30 secondi) condivisa dagli amici che ascoltano Apple Music o Spotify è l’ultimo tassello di una strategia mirata che punta dritto alle nostre orecchie.

Non è una novità in termini assoluti: già da qualche anno il portale dell’amicizia consente ai suoi iscritti di mostrare in tempo reale gli ascolti provenienti dai vari servizi musicali (Spotify, Deezer, Shazam, e via dicendo). L’introduzione di Music Stories, però, cambia radicalmente l’impatto sul servizio: anziché essere dirottati sulla specifica pagina del provider musicale, infatti, gli utenti di Facebook (per il momento solo quelli mobili dotati di dispositivo iOS) potranno ascoltare la musica condivisa - o perlomeno frammenti di essa - senza mai uscire dalla piattaforma.

Fatte le debite proporzioni, si può dire che Music Stories stia al mondo musicale come gli Instant Articles a quello dell’editoria: l’obiettivo in entrambi i casi è favorire una user experience senza troppe interruzioni, tutto resta integrato all’interno del flusso delle notizie.

Ma cosa ci guadagna concretamente Facebook da un’operazione di questo genere? Di certo può aumentare i tempi di permanenza sul sito. La riproduzione musicale, così come quella dei video, rappresenta una delle attività più continue e durature della nostra esperienza Web. E tutto questo, tradotto in soldoni, significa accrescere l’attrattività del servizio agli occhi degli inserzionisti.

L’impressione, al di là di tutto, è che Facebook non si fermerà qui. L’obiettivo potrebbe essere un altro: arrivare a una condivisione totale delle tracce musicali di tutti i servizi di streaming (non solo Spotify ed Apple Music dunque, ma anche Deezer, Tidal, Rdio, Google Play Music e via di seguito). Sempre che qualcuno ai piani alti di Menlo Park non stia addirittura pensando di crearsi il proprio juke box personale, costruito magari con le tracce degli utenti.

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