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Facebook e la foto del Vietnam: tutta questione di algoritmi

Prima il post cancellato, poi le scuse e la convalida dell’immagine simbolo delle atrocità del ’72. Cosa c'è dietro gli automatismi informatici

La scorsa settimana due notizie hanno focalizzato l’attenzione degli esperti e amanti della tecnologia: l’uscita dell’iPhone 7 e la censura, da parte di Facebook, della famosa immagine della bambina nuda che corre via dalla guerra del Vietnam. A loro modo, Apple e Facebook hanno scatenato ampie critiche sulle loro recenti scelte, sebbene cadano in contesti diversi della cultura di massa. La Mela ha eliminato il jack audio dal suo telefono, un’invenzione con un antenato secolare, Facebook ha invece rimosso la foto di cui sopra, perché l’ha considerata un nudo, leggermente pedo-pornografica, alla stregua di quanto di peggio si possa trovare in rete.

Mezza Norvegia contro la piattaforma

Se possiamo discutere all’infinito delle decisioni di Tim Cook, senza causare un minimo spostamento delle sue linee strategiche aziendali, riflettere su ciò che governa Facebook è sicuramente più utile, soprattutto dopo il dietrofront compiuto dalla compagnia. A pubblicare per primo la foto (per primo intendiamo la settimana scorsa visto che nel passato tanti altri lo avranno fatto) è stato Tom Egeland, scrittore norvegese molto seguito in patria, che aveva deciso di postare alcuni tra gli scatti più iconici delle guerre del passato. Eppure Facebook non l’ha presa bene, tanto che dopo l’avviso “Quasiasi foto di persone in cui si vedono completamente nudi genitali, natiche e seni femminili, sarà rimossa”, ne aveva bloccato l’account per un tempo indeterminato.

A supporto della libertà di espressione sono arrivati decine di norvegesi tra cui il premier Erna Solberg, anch’essa caduta nelle ampie trame della censura preventiva. A quel punto il social network non ha potuto non intervenire, con le seguenti scuse: “Normalmente si può presumere che la foto di una bambina nuda sia pornografia e viola i nostri Community Standards, in alcuni paesi può essere qualificata anche come immagine pedo-pornografica. Ma in questo caso riconosciamo la storia e l’importanza mondiale dell’immagine che documenta un particolare momento nel tempo”.

bambina vietnam

– Credits: Nick Ut

La censura dei bit

Senza fare troppi giri di parole, è evidente che il problema di Facebook sia uno: gli algoritmi. A fine 2015 avevamo raccontato la storia di Paul Zuckerberg (nessun legame con Mark), il ragazzo che ogni giorno controlla migliaia di foto postate sulla rete social per “suggerire i tag al loro interno”. Quello che fa Paul quotidianamente è spulciare i contenuti caricati dagli utenti e migliorare il software che in automatico segnala i nomi delle persone presenti. Il Zuck delle foto “insegna” all’algoritmo specifico a riconoscere a fondo i volti, correlandoli agli amici della propria lista. Il punto è: chi censura le immagini, l’uomo o la macchina?

Ciò che i tecnici chiamano “machine learning” non è altro che un insieme di procedure che un sistema informatico impara a compiere dopo averle viste fare dall’uomo. Quindi, se Paul (o chi per egli) censura decine di foto di nudo ogni volta, l’algoritmo saprà che genitali, natiche e seni femminili non sono ammissibili e dunque vanno cancellati. È il robot che prende il sopravvento, per supportarci e, probabilmente, sostituirci nel prossimo futuro.

L’algoritmo è morto, lunga vita all’algoritmo

Con una premessa del genere risulta più comprensibile il perché Facebook abbia scelto di cancellare lo scatto del Premio Pulitzer Nick Ut, in pensione da qualche settimana. Andando più a fondo, a livello meramente tecnico, si potrebbe considerare che il censore non è stata la piattaforma in sé, ma proprio l’algoritmo. Se non ci fosse, vedremo di frequente foto di nudo sul sito e ben più esplicite di quella oggetto del dibattito.

L’algoritmo è dunque la verità assoluta? Assolutamente no e va migliorato senza alcun dubbio.

Ma allo stesso modo è reale convincersi che non si può fare a meno di sfruttare innovazioni del genere per gestire una community così ampia come Facebook. Al di là dei dipendenti, della forza lavoro in carne e ossa, il compito dei software automatizzati risulta determinante per lasciar scorrere post e altri contenuti senza interruzioni di sorta. Il team ne è cosciente: “Lavoriamo per migliorare i nostri meccanismi e far evolvere il servizio di condivisione delle immagini. L’obiettivo è implementare politiche che permettano sia la libertà di espressione che la salvaguardia di alcuni principi, lasciando spazio per il dibattito e il confronto”. Robot e umani insieme per mantenere bilanciate liberalità e privacy, per non scontentare nessuno e lasciare lo scandalo fuori dalla porta.

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