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Facebook: ecco le nuove regole per fermare lo spionaggio

Aggiornate le norme di utilizzo da parte di aziende e sviluppatori per rendere più difficile la raccolta di informazioni sugli iscritti

Fino a ieri gli sviluppatori di app per smartphone e computer potevano ottenere un bel po’ di dati sugli utenti di Facebook. In che modo? Attraverso due canali preferenziali: le applicazioni create con gli strumenti interni del social network (c’è una sezione apposita che consente di realizzare software da usare esclusivamente su Facebook) e tramite la possibilità di effettuare il login ad alcuni programmi con le credenziali della piattaforma più popolata del web (quando trovate “Accedi con Facebook” alla pagina iniziale di un servizio).

Una situazione che non può più verificarsi, grazie al recente aggiornamento sulle politiche di utilizzo di Facebook, esteso anche a Instagram, che fa parte del gruppo guidato da Mark Zuckerberg. In un comunicato diffuso tramite la pagina Facebook U.S. Public Policy (si riferisce agli Stati Uniti ma vale a livello globale), si legge come le persone che, per il loro lavoro, hanno l’opportunità di leggere post e dati sensibili degli utenti “non dovranno condividerli per scopo di monitoraggio, proteggendo la privacy e la vita personale degli stessi”. Il riferimento è al passaggio di informazioni che in più di un’occasione vi è stato tra aziende esterne e organi di polizia, sempre molto interessati a scoprire come procede la vita online di certi individui, anche non coinvolti direttamente in indagini.

Ma perché si è arrivati a questo punto?

Nonostante lo scopo di Facebook fosse quello di permettere agli sviluppatori di raccogliere le informazioni per migliorare le loro applicazioni, poteva capitare che la polizia facesse pressione su questi per procurarsi i dati personali degli iscritti, se coerenti con l’utilizzo delle app specifiche. Un esempio? Nel 2016 Geofeedia, app che associa i post di Facebook, Twitter e Instagram con la localizzazione geografica, era stata chiamata in causa in merito alle proteste di Baltimora, USA, durante le quali aveva perso la vita Freddy Gray. Il team di Geofeedia aveva concesso agli organi di controllo l’accesso al database dei propri iscritti, così da abilitare un avanzato processo di incrocio sui comportamenti online dei presenti ai cortei, anche in altre zone del paese (il dissenso, nei giorni seguenti, si era allargato ben oltre lo Stato del Maryland).

Tutto sarebbe filato liscio se l’ACLU, American Civil Liberties Union, non avesse scoperto la magagna, ponendola all’attenzione dell’opinione pubblica. Il risultato? Facebook, Twitter e Instagram, a fine 2016, avevano chiuso i rubinetti a Geofeedia, bloccandone così la raccolta informativa peculiare. Ora la misura non solo taglierà fuori quest'ultima ma pure gli altri servizi che accedono alla timeline e ai post dei navigatori social.

Limite etico, non tecnico

Chiariamo un punto: si tratta di norme "etiche" e non di limiti fattuali, che impattano cioè sul lavoro degli sviluppatori. Le applicazioni che ricevono dati da Facebook e Instagram (così come da Twitter) continueranno a farlo, con la promessa però di non avere un secondo fine, a favore di FBI e sorelle. Più che di presa di posizione tecnica dunque si tratta dell’invito a cambiare approccio, con maggiore trasparenza verso gli utenti. Non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che tante aziende sfruttano le informazioni ottenute dal social network per offrire un aiuto concreto in casi di emergenza, come i terremoti e i disastri naturali. Impedirglielo sarebbe stato un danno enorme, più del monitoraggio stesso.

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