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Facebook e Onavo Protect: la verità sull’app spia

Per anni il social ha monitorato le attività degli utenti sulla VPN per navigare in “modo sicuro”. E ha costruito una strategia di successo

Facebook ha usato per anni i dati generati dall’azienda Onavo Project per spiare i comportamenti dei navigatori, anche i non iscritti al social network.

La notizia è stata rilanciata dal Wall Street Journal, che ha spiegato in che modo Zuckerberg è riuscito a costruire una strategia di successo, analizzando i click e i trend digitali di milioni di persone, per accontentarli con gli aggiornamenti della sua piattaforma.

Bisogni soddisfatti

Dallo studio delle abitudini internet di categorie specifiche, divise per sesso, età, provenienza, il team ha puntato prima sulla separazione dell’app di chat Messenger, poi sull’introduzione delle Storie sia su Facebook che Instagram e infine sul lancio di Watch per spremere a più non posso la condivisione e visualizzazione dei video online.

Cosa fa Onava Protect

Onavo Project è la sviluppatrice di Protect, una delle tante applicazioni VPN presenti su App Store e Play Store. Quello che fa è creare una rete privata che gestisce i dati trasferiti e inviati da uno smartphone, in teoria per tenerli al sicuro e protetti agli occhi di agenzie, hacker e malintenzionati.

Una soluzione del genere è ottima, ad esempio, per connettersi alle reti Wi-Fi pubbliche, agli hotspot di biblioteche, ospedali, hotel, smart city, notoriamente preda dei cybercriminali che riescono spesso a intrufolarsi nei loro canali per recepire le informazioni degli utenti collegati.

A cosa può accedere sullo smartphone

Il fatto è che Onavo, oltre a fare da VPN – virtual private network – offre anche un monitoraggio costante dei siti visitati con il browser e delle app utilizzate, per avvisare nel caso di problemi di sicurezza ed eventuali pericoli. Per farlo però ha bisogno di accedere alle attività svolte sul telefonino, tanto da chiedere di poter leggere le informazioni sul Wi-Fi, foto e video conservati in memoria, gli account registrati sul dispositivo (tutti), le app usate, le chiamate inviate e ricevute e i dati sulla localizzazione.

Cosa c’entra Facebook

Fin qui qualche dubbio sulla modalità di conservazione di una mole impressionante di informazioni c’è (sono circa 25 milioni i download sui negozi digitali di Apple e Android), figuriamoci se poi consideriamo che nel 2013 Onavo Project è stata acquisita da Facebook.

Qui il problema: la quantità di dati ottenuta dall’app VPN sarebbe stata sfruttata dal social network per studiare i comportamenti delle persone, i software preferiti, il tempo speso tra messaggi e post, tra le foto di Snapchat e le dirette di Periscope, insomma per capire meglio le funzionalità predilette fuori da Facebook.

Strategia vincente

In questo modo Zuckerberg avrebbe preso decisioni rivoluzionarie per il suo business, che con il passare del tempo si sono rivelate azzeccate. Qualche esempio?

La separazione della sezione di chat dall’app principale, scaturita in Messenger, l’acquisizione di WhatsApp, l’aggiunta delle Storie sull’acquisita Instagram e su Facebook stesso e la disponibilità di Watch, neonata piattaforma di fruizione video. Il rivale principale, Snapchat, è stato contrastato anche in questo modo.

Privacy a rischio

Un dubbio ci assale: la privacy degli utenti è a rischio? Né di più né di meno di quanto lo fosse prima della notizia del Wall Street Journal. Nel senso: le informazioni raccolte da Onavo sarebbero dovute rimanere dentro gli uffici della compagnia di Tel-Aviv e invece hanno preso una strada più lunga, fino ai server della rete social negli USA.

Il fatto è che sia Facebook che la miriade di società che gestiscono elementi privati e sensibili si sono mostrate inermi dinanzi alle prevaricazioni di agenzie di sicurezza (NSA e soci) e alle offensive di gruppi di hacker. Più soggetti detengono dati del genere più gli stessi sono potenzialmente in pericolo. Con buona pace delle strategie di business di Zuck.

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