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Facebook compie 10 anni

In questi anni abbiamo imparato che la comunicazione istantanea dell’esperienza è parte dell’esperienza stessa: condividere è una naturale estensione di noi stessi

Facebook compie 10 anni – Credits: Getty Images

Oggi, martedì 4 febbraio, Facebook compie 10 anni , anche se è diventato una realtà stabile nella vita di più di 26 milioni di italiani solo negli ultimi cinque.
È una realtà così quotidiana, fra esperienza diretta e racconto dei media, da costruire il lessico famigliare di una vita sempre più interconnessa. In pochissimo tempo questa realtà ha prodotto cambiamenti sia culturali sia nelle pratiche d’uso.

Oggi gli italiani non "vanno" più su Facebook. Non si tratta più di accedere attraverso un browser alla propria pagina, magari loggandosi e sloggandosi continuamente dal computer dell’ufficio.
Facebook oggi è quella vibrazione che percepiamo con una notifica, e che si inserisce negli interstizi della giornata, nei luoghi, nelle conversazioni, nei momenti "fra questo e quello". Facebook è la condivisione di una foto per raccontare un evento che stiamo vivendo. In questi anni abbiamo imparato che la comunicazione istantanea dell’esperienza è parte dell’esperienza stessa: condividere è una naturale estensione di noi stessi. Facebook, così, è la memoria a portata di mano in una timeline, composta di pezzi che postiamo o in cui qualcuno ci ha "taggati" (cioè segnalati e identificati, tanto per citare una di quelle parole che è entrata nella lingua comune). È chattare invece di telefonarsi, e magari farlo in gruppo. È il modo in cui ci autoorganizziamo, che si tratti di una manifestazione politica o del calcetto settimanale.

Questi 10 anni rappresentano quasi un’era geologica se guardiamo a come è cambiato il modo di entrare in relazione con gli altri e di trovare una posizione tutta nostra nella vita pubblica. Da semplici spettatori ci siamo ripensati come protagonisti. Prendiamo la parola in una nuova arena in cui abbiamo scoperto possibilità di comunicazioni orizzontali con i politici, con i sindaci delle città in cui viviamo, con le marche dei prodotti che consumiamo, con i personaggi televisivi che amiamo.

Questa possibilità non è indenne da eccessi. I media e la nuova politica si riferiscono spesso senza ironia a questo empowerment con la definizione di Popolo della Rete. Nel frattempo su Facebook, con ironia invece, nasce il gruppo Siamo la gente, il potere ci temono, per fare satira su un certo grillismo e sull’esagerazione che a volte accompagna le aspettative di governo dei cittadini.

Facebook ci ha insegnato a pensarci in costante connessione con le nostre reti sociali, con amici reali e potenziali, in un contesto di non anonimato. Per questo è diventata più densa l’integrazione fra la realtà "reale" e quella digitale. Abbiamo imparato che non si tratta di vite simulate, ma di esistenze on line con conseguenze concrete off line.

Con questa consapevolezza è cresciuto il bisogno di imparare a gestire meglio il confine fra dimensione pubblica e privata. Sentiamo la necessità di affrontare il collasso tra reti sociali diverse: gli affetti e il lavoro, il tempo libero e la politica. E in questo equilibrio precario Facebook ci offre la possibilità di presentarci agli altri con un’immagine che racconti il meglio di noi, o che esprima all’esterno l’idea che abbiamo di noi stessi. Facebook ci abilita a una "proiessenza": proiettiamo cioè quel che siamo, in un contesto in cui gestiamo ciò che vorremmo essere. E lo facciamo fra l’abitudine a pratiche di "selfie" (cioè di promozione del sé) e a quelle di self branding. Mentre sollecitiamo il nostro narcisismo, anche se sarebbe più corretto parlare di forme di autostima, ci percepiamo come merci nel mercato della comunicazione.

Con Facebook abbiamo scoperto che il digitale ci radica sempre di più nelle comunità territoriali.

Improvvisamente acquistano visibilità per noi persone e situazioni da cui la vita di tutti i giorni ci aveva distratto. È un po’ quello che è capitato negli esempi di "social street" moltiplicatisi dopo l’esperienza del gruppo Residenti di via Fondazza a Bologna. Abbiamo imparato anche a riconoscere le ombre di questa vita connessa. Il discorso d’odio si è fatto molto più visibile, ci ricorda la difficoltà di sviluppare una discussione costruttiva in questo ambiente. Molto più facile aderire a gruppi partigiani di "questo contro quello", molto più facile il clamore virale. Ma abbiamo anche cominciato a imparare che i migliori anticorpi contro quelle ombre siamo proprio noi. Lo diventiamo quando decidiamo, per esempio, di non diffondere e dare visibilità a una app di gioco che simula lo sbarco dei migranti sulle coste e premia chi ne ferisce di più.

Nell’ultimo anno i più giovani hanno mostrato interesse verso altre piattaforme nate per condividere foto come Instagram (peraltro acquistata da Facebook) o contenuti in forma anonima come Ask Fm o sistemi di instant messaging come WhatsApp. Probabilmente lo spostamento nasce dal bisogno di modalità espressive e relazionali diverse. Forse c’è bisogno di ripensare i contenuti online in una direzione che non li immagini per forza permanenti e visibili a un pubblico indiscriminato, spesso popolato anche da quegli adulti da cui si sentono osservati.

Ecco, forse è in questo che è cambiato il modo degli italiani di stare e pensarsi su Facebook. Stiamo imparando a sfruttarne in modo più critico le opportunità, pensando il social network come uno spazio di riflessività condivisa sul senso dell’amicizia e sul valore dei legami sociali, sulla necessità di preservare la sfera privata e sull’opportunità di raccontarsi in pubblico. Facebook è ormai parte del senso comune degli italiani. Non è più una novità, fa parte della nostra biografia. Come e per quanto andrà avanti, dipenderà molto dalle forme di resistenza e di approccio critico che stanno emergendo. E poi, d’altra parte, c’è tutto il resto della Rete che ci aspetta.

* Giovanni Boccia Artieri è docente ordinario di Sociologia dei media digitali all’Università di Urbino-Carlo Bo

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