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Facebook, come sarà nei prossimi dieci anni

All'annuale conferenza per gli sviluppatori di San Francisco, Mark Zuckerberg traccia il futuro dell'ecosistema del social network

da San Francisco

Raggiunge momenti messianici, mentre, braccia alzate a mezza altezza verso la platea, scandisce: «Ci vuole coraggio a scegliere la speranza al posto della paura». Oppure: «Anziché sollevare muri, possiamo costruire ponti, una connessione alla volta» (frecciata, pare, a Donald Trump, che vorrebbe costruire una barriera tra Stati Uniti e Messico). Ma non è un’impalpabile vaghezza la cifra dell’intervento del Re Mida di Facebook, Mark Zuckerberg, dal palco del Fort Mason di San Francisco. Davanti a migliaia di sviluppatori, arrivati qui per F8, l’annuale conferenza a loro dedicata, snocciola annunci, metodi, strategie, non solo prospettive o visioni. Mostra oggetti, prodotti, cose. Incursioni dal mondo social verso quello fisico.

La promessa di questa piccola nazione diventata inevitabile molosso globale, passata dai 24 milioni di iscritti del 2007 agli 1,59 miliardi di oggi, è raccontare come cambierà volto da qui ai prossimi dieci anni. Mostrando le sue traiettorie a tutto campo, dai modi per far soldi con la sua creatura pregiata del momento, Messenger, a come potrà, l’ambizione è tanta e tale, stravolgere il nostro modo di percepire il mondo.

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– Credits: Marco Morello

Ecco dunque il concept di un paio di occhiali alla Google Glass maniera, che integreranno realtà virtuale e aumentata in uno stesso dispositivo da indossare con la semplicità dell’abitudine. Capaci di dialogare in modo agevole e immediato con lo smartphone o con varie galassie di silicio e Bluetooth. È una parabola potenziale tutta da percorrere, di rottura è il senso, i nessi, che si trascina con sé.

Prima, o meglio adesso, i contenuti passano da un grande televisore, da una console, perlomeno dallo schermo di un tablet o un telefonino, domani tutto sarà ad altezza occhio. In un balletto continuo con il mondo circostante, che compare e scompare all’occorrenza o viene arricchito da elementi digitali che aiutano a esplorarlo al meglio. Già, ad aumentarlo. Narrazione abusata, fin troppe volte, ma a Menlo Park hanno dimostrato una certa efficace cocciutaggine nel passare dai rendering alla plastica.

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– Credits: Marco Morello

Nel frattempo, Oculus Rift, il visore principe per la realtà virtuale appena disponibile, o tra poco o troppo per chi dovrà attendere che verrà smaltita l’enorme coda dei preordini, verrà arricchito dalla coppia di controller che Zuckerberg tiene nelle mani nella foto qui sopra. Permetteranno di combinare la vista con il tatto, di interagire meglio nel salto repentino in ogni altrove parallelo. Arriveranno nel corso dell’anno.

Dove sia il nesso con la strada maestra di Facebook è il suo fondatore a spiegarlo: portare nello stesso luogo due persone anche lontanissime, permettendo loro di muoversi, giocare, dialogare in un ambiente condiviso. Ben oltre parole, faccine e video. «Aggiungeremo un nuovo livello di immersività alla piattaforma più social di tutte».  

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– Credits: Marco Morello

Che poi, cosa voglia dire social, è una questione definitoria per niente pigra. Certo, social significa condivisione, la domanda è cosa con chi.  «Vogliamo consentire di condividere le idee come non è mai successo prima. Senza limiti. Siamo passati da un mondo isolato a una community globale» puntella Zuckerberg. Una comunità senza frontiere che poggia sulla versatilità delle sue sfaccettature.

Ecco dunque WhatsApp se si tratta di imbastire uno scambio bilaterale, da una persona all’altra; Messenger, per i piccoli gruppi; Facebook, la realtà primigenia, per rivolgersi agli amici o sconosciuti o quasi; Instagram se si abbatte ogni filtro grazie ai filtri e il proprio palcoscenico, potenzialmente, è il mondo. Ragionamento ineccepibile, di una lucidità quasi paurosa, riprova di come nulla, dall’acquisizione al lancio di un nuovo servizio, sia un tassello poco ponderato o un amo gettato nel vuoto per vedere chi abbocca.

A uscirne massacrate, così, sono modalità di comunicazione ormai in caduta e scadenza come gli sms. Se ne scambiano 20 miliardi al giorno in tutto il mondo, appena un terzo rispetto al traffico muscoloso che affolla le strade di Messenger e WhatsApp, che volano nei paraggi dei 60 miliardi.

Proprio Messenger, con i suoi 900 milioni di utenti unici mensili, è una carta su cui Zuckerberg scommette anche per far cassa. Grazie ai chatbot, le aziende potranno avere accesso a una nuova modalità di interazione con i loro clienti, più fluida, discorsiva. Comprare un prodotto sarà un po’ come avere una conversazione con un amico. Una nuova liturgia che potrebbe rendere meno noioso il processo di acquisto o soltanto la consultazione delle notizie e delle previsioni del tempo. «Un’inedita immediatezza, senza dover installare nemmeno una app» stringe sul punto Zuckerberg.

Che salta da un argomento all’altro, consapevole della vastità dei temi da trattare. Una prova di forza anche questa. Mentre la concorrenza spesso deve diluire, soffermarsi, allargare all’infinito un ragionamento, il fondatore di Facebook si accontenta di cenni, senza stoccate per nessuno, che toccherà al suo team approfondire.

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– Credits: Marco Morello

Durante il keynote non mancano angoli di spettacolo, come quando in una prova di accennato machismo solleva con un braccio solo un componente dei droni che trasporteranno l’ambizione della piattaforma di connettere quella fetta, vasta, di mondo, ancora esclusa dall’accesso a internet. O quando un piccolo drone svolazza sul palco, per annunciare che i video in diretta saranno realizzabili non solo dallo smartphone, ma anche da altri dispositivi come appunto i quadricotteri.

«Ci vuole coraggio a scegliere la speranza al posto della paura. Anziché sollevare muri, possiamo costruire ponti, una connessione alla volta»

All’effetto wow contribuiscono anche parole magiche come intelligenza artificiale, ovvero la capacità delle macchine di ragionare in autonomia o imparare da sole, sviluppando gli impulsi, le linee guida impartite loro dai programmatori. Applicate al News Feed, ai contenuti che Facebook sceglie per noi tra la sovrabbondanza di quelli prodotti dai nostri amici o da aziende che bramano di catturare il nostro interesse, saranno ancora più pervasive e consapevoli. Più calzanti, indovinate. «Capiranno», si concedano le virgolette, non solo titoli e parole, ma anche contenuti di video e immagini, per ritagliarci esperienze su misura. Per enfatizzare all’inverosimile la rilevanza, scacciare via il superfluo.

Vaghezza? Niente affatto. Zuckerberg sviluppa i concetti per esempi, fedele a un pragmatismo da Silicon Valley che d’altronde è l’humus in cui è cresciuto e che ha ispirato ed esasperato. Cita dunque il riconoscimento dei volti nelle foto, prova che i suoi algoritmi sanno leggere dentro ciò che è visuale, non solo testuale. Mentre una nuova caratteristica consentirà al sistema di descrivere, di esprimere in modo vocale quello che c’è in un’immagine a chi ha difetti di vista. Di elencare la presenza di alberi, cielo e nuvole nello scatto di una foresta, per respirarne il senso se si fatica a percepirlo. O finanche di salvare vite umane, riconoscendo tracce potenziali della presenza di un cancro nelle immagini diagnostiche di un paziente.

Sarebbe abbastanza se non fosse per un ultimo elemento da rilevare. La rivoluzione del social network, la sua visione, non è un elenco di dogmi calati dall’alto, imposti e da digerire senza elasticità. Poggia invece sul messaggio suggerito e passato ai suoi sviluppatori, quelli che hanno applaudito Mark Zuckerberg qui a Fort Mason e quelli che l’hanno seguito in streaming da casa e uffici: «Grazie a voi tutto è possibile». Sebbene sembrino già tracciati, i prossimi dieci anni della galassia Facebook sono ancora tutti da scrivere.

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