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Facebook, come cambierà con la realtà virtuale

Svelati a F8 alcuni progetti che favoriranno nuovi modi di interagire con i nostri amici. Inclusi i selfie a migliaia di chilometri di distanza

da San Francisco

Tra le accuse più frequenti mosse alla realtà virtuale, c’è quella che la dipinge come una dinamica per nulla sociale. Con un casco calato sulla testa e un paio di cuffie sulle orecchie, immersi in un altrove di bit, siamo potentemente tagliati fuori dal mondo che ci circonda e da chi lo abita. Perlomeno uno smartphone, un tablet o un computer, che sì distraggono, lasciano alla nostra attenzione spiragli di manovra. 

Ecco. A F8, l’annuale conferenza dedicata agli sviluppatori in corso a San Francisco, Facebook ha mostrato come intende spezzare questo paradigma. Come renderà sociale quello che in apparenza non lo è per niente. Portando l’interazione su un piano superiore, avanzato: consentendoci di interagire con gli avatar, gli equivalenti digitali dei nostri amici e conoscenti, parlando, giocando o lavorando con loro. Anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Come se fossero davanti a noi, capaci di percepire le nostre reazioni e i nostri movimenti e, dunque, agire di conseguenza.

L’esempio, divertente ma ricco di potenziale mostrato sul palco di Fort Mason, la location della kermesse, è semplice e carico di suggestioni. Un ingegnere indossa il casco Oculus Rift, un suo collega a decine di chilometri di distanza fa lo stesso, entrambi si ritrovano a Londra a due passi da Westminster. Hanno volto e mani, mosse dai controller che stanno impugnando.

Nella City possono guardare la folla sul ponte del Tamigi, chiacchierare come se fossero lì, ma soprattutto tirare fuori un bastone per i selfie (anch’esso digitale, s’intende), realizzare un autoscatto sorridente, imbronciato o con una qualsiasi espressione buffa dei loro avatar e postarlo in tempo reale sul social network.

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– Credits: Marco Morello

Non è finita. Possono personalizzare la loro immagine a vicenda. Attingendo a un cestino di pastelli, prima della foto fatidica, hanno modo di disegnarsi una cravatta o un papillon. Di scarabocchiare lo sfondo o aggiungergli vari tocchi di colore.

Di per sé potrebbe sembrare un passatempo pigro e per nulla di rottura. Una sciocchezza senza futuro. E però è chiaramente una nuova dinamica di relazionarsi con l’altro, azzerando le distanze. Con un livello di autenticità molto superiore. Perché un conto è mandare una faccina sorridente o una linguaccia e nel frattempo sbruffare o essere annoiati, un altro è avere davanti mani e faccia dell’amico, il parente e il familiare, con la possibilità di dialogare a voce alta. Per quanto virtuale, c’è una fetta di mondo reale molto più ampia a essere coinvolta, a invadere lo spazio altrui.

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– Credits: Marco Morello

Il selfie, così come la partita di ping pong improvvisata sul palco dai due ingegneri, è evidentemente un pretesto, un esercizio di stile per svelare una direzione che il social network sta prendendo. Vanno bene i videogame dalla grande portata immersiva, sono senz’altro cruciali i video a 360 gradi, ma con questo versante della realtà virtuale la piattaforma di Mark Zuckerberg recupera e stressa la sua essenza di condivisione, portandola su una dimensione superiore e meno filtrata o posticcia.

Per capire quanto a Menlo Park facciano sul serio, basti pensare che è stato appena creato un team ad hoc per questo tipo di applicazioni che, ripetono come un mantra executive e sviluppatori, «ha il potenziale di essere più sociale di ogni altra piattaforma». Le applicazioni si sprecano: in ambito familiare, ci si potrà ricongiungere a distanza con lo zio d’America o la nonna in Argentina; scambiarsi coccole e attenzioni con la fidanzata che vive Oltremanica o discutere della partita di calcio con l’amico in periferia. Sebbene è ragionevolmente sul fronte business, con annesse possibilità di monetizzazione per la piattaforma, che le opportunità si faranno esponenziali.

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– Credits: Marco Morello

Si potrà partecipare a una riunione a New York, Tokyo o Shanghai con un livello di coinvolgimento ben superiore rispetto alle videoconferenze attuali. Perché mani, volti, espressioni saranno chiamate in causa. E perché il risultato sia credibile, all’altezza delle aspettative, qui in California stanno scomodando il linguaggio non verbale, pescando insegnamenti e rudimenti dell’antropologia.

Nel 1949 l’etnologo e linguista Edward Sapir, evocato nel corso del keynote, definiva il comportamento degli esseri umani all’interno del consesso sociale come «un codice elaborato che non è scritto da nessuna parte, non è noto a nessuno, ma che tutti capiscono». Già: a livello pratico, grazie alla nostra educazione, siamo capaci di riconoscere in modo immediato se uno sconosciuto ha un atteggiamento cordiale o potenzialmente aggressivo nei nostri confronti, se un amico è ben disposto o esce da una giornata nera.

Facebook, per implementare in modo efficace l’esperienza della realtà virtuale nei suoi tanti servizi, dovrà essere capace di scegliere le modalità giuste per traslare quegli atteggiamenti, quello che sottintendiamo con il nostro agire, in questa dinamica. A sentire i ragionamenti, i problemi e i dubbi sollevati qui a San Francisco, sembra quantomeno che il problema venga affrontato molto sul serio. Che la realtà virtuale sta cercando la sua strada per diventare davvero sociale.

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