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Facebook risarcisce con 20 milioni gli utenti contrari alle Sponsored Stories

Nel 2011 alcuni utenti hanno fatto partire una class action contro Facebook, affermando che le Sponsored Stories hanno trasformato gli utenti Facebook in testimonial pubblicitari involontari. Oggi Facebook ha accettato di risarcirli con 15 dollari a testa

Facebook class action

– Credits:  cambodia4kidsorg  @ Flickr

A furia di giocare con la privacy degli utenti, danzando temerariamente sul confine tra violazione e corretta amministrazione dei dati sensibili, Facebook alla fine sembra essersi scottato. Poche ore fa si è conclusa una vertenza legale durata due anni, una class action organizzata nel 2011 da cinque utenti indignati per il modo con cui Facebook aveva fatto uso delle proprie immagini profilo e dei propri nomi per sponsorizzare prodotti e pagine commerciali.

Sto parlando delle Sponsored Stories , quello stratagemma pubblicitario con cui, nel 2011, Facebook ha cominciato a utilizzare i Like espressi dagli utenti per trasformarli in testimonial pubblicitari involontari. Chi aveva cliccato Mi Piace sulla pagina di un brand poteva ritrovarsi a pubblicizzare con il proprio nome e foto quel prodotto. Poiché la cosa è stata introdotta senza dare possibilità agli utenti di esprimere la propria opinione, né di escludersi dal programma, qualcuno ha pensato bene di organizzare una class action per costringere Facebook a prendersi le proprie responsabilità.

Se in altri casi Facebook si è limitato a fare spallucce o a introdurre misure correttive, in questo caso si è visto obbligato a estrarre di tasca il portafogli. Un primo tentativo di accordo c’è stato un anno fa, quando Zuckerberg e soci hanno proposto al giudice distrettuale Richard Seeborg di risolvere la questione scucendo un totale di 20 milioni di dollari, 10 per ripagare il lavoro degli avvocati dei partecipanti alla class action, e altri 10 da donare ad associazioni per la difesa della privacy online. La possibilità di risarcire ogni singolo partecipante alla class action era infatti ritenuto da Facebook infattibile, considerando che al tempo i cinque querelanti originari avevano intenzione di coinvolgere oltre 100 milioni di utenti. Il giudice, però, bocciò la proposta , affermando che il risarcimento avrebbe dovuto interessare i singoli utenti.

Così, lo scorso ottobre Facebook si è presentato al tavolo delle trattative con una nuova proposta, sempre da 20 milioni di dollari che ieri il giudice ha definitivamente approvato. L’accordo prevede che Facebook risarcisca i 600.000 utenti che hanno partecipato alla class action con 15 dollari a testa, il resto del denaro verrà invece utilizzato per pagare gli avvocati dei querelanti. Per rendere più invitante l’accordo, inoltre, Facebook si è impegnato a modificare il sistema utilizzato in modo da consentire un maggiore controllo da parte degli utenti (a quali in futuro dovrebbe essere consentito di escludersi dalle Sponsored Stories), un’operazione che potrebbe costare a Menlo Park fino a 140 milioni di dollari.

Insomma, i cinque querelanti originari e le associazioni per la tutela della privacy possono cantare vittoria? Non proprio. A mostrarsi scontenti dell’accordo raggiunto sono in particolare quegli utenti che hanno partecipato alla class action perché indignati dall’utilizzo che Facebook fa dei dati sensibili dei propri figli minorenni. Il nuovo accordo stabilisce che Facebook debba dare ai minori la possibilità di escludere i propri dati dalle Sponsored Stories, mentre vorrebbero che i minori venissero automaticamente esclusi, salvo dare loro la possibilità di entrare volontariamente a fare parte del sistema.

Tra questi, c’è chi ha deciso che accettare i 15 dollari di Facebook sarebbe come darsi per vinti. Per la precisione, 7000 partecipanti si sono esclusi dalla class action e ora valuteranno se fare causa a Facebook da soli.

 
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