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Facebook ci usa come cavie. E come lui tutti gli altri

Il fatto che Facebook ci sfrutti come topi da laboratorio non dovrebbe stupire. Lo fanno tutte le aziende web, da anni. L'unica differenza è che Facebook ha a disposizione un miliardo di utenti. E che ne parla

Facebook greed

– Credits: dkal @ Flickr

Che Facebook avesse intenzione di utilizzare il suo enorme serbatoio di dati sensibili per condurre ricerca si poteva tranquillamente intuire. Ma che Facebook vi stesse utilizzando come cavie per esperimenti socio-psicologici era invece manifesto, e dalla cosa vi avevamo pure messo in guardia .

Era l’aprile del 2012, Facebook non aveva ancora superato la soglia del miliardo di utenti, e si cominciava a parlare di un certo Data Science Team, guidato da un ricercatore del MIT, tale Cameron Marlow , che al grido di “La scienza di Facebook è la scienza delle interazioni sociali”, si occupava di studiare alcune dinamiche di massa insite nel social network, tra le quali la capacità dei cosiddetti “power user” di influenzare gli altri utenti.

Non dovrebbe stupire dunque che, due anni dopo, Facebook pubblichi i risultati di uno studio che ha analizzato le tendenze degli utenti di fronte a post “allegri” o “tristi”. Soprattutto considerando che, solo qualche mese fa, Facebook ha condiviso i risultati di un’altra serie di studi, in cui venivano esplorate le dinamiche sentimentali all’interno della piattaforma, e nessuno (o quasi) ha sollevato un sopracciglio.

Direte voi: Ovvio, in questo caso Facebook ha modificato arbitrariamente il proprio algoritmo con l’obiettivo di suscitare determinate risposte negli utenti. Il che, in parole povere, significa che Facebook ha utilizzato alcuni utenti – a loro insaputa – come cavie, presentandogli contenuti più o meno “umorali” per vedere se i loro post cambiassero di conseguenza.

È vero, di fatto Facebook ha trattato i propri utenti “volontari” dei propri esperimenti, senza preoccuparsi di chiedere loro un esplicito consenso. Ora, lasciando da parte i discorsi sulla liceità di una simile condotta (dopotutto, un utente Facebook dovrebbe sapere che i propri dati possono essere utilizzati per diversi scopi, purché rimangano anonimi), la realtà è che c’è ben poco di cui scandalizzarsi.

Innanzitutto: Facebook conduce questo tipo di esperimenti da lungo tempo e, come fa notare giustamente Farhad Manjoo sul New York Times, il fatto che abbia deciso di condivedere i dati, e quindi di esporsi alle polemiche, dovrebbe piuttosto essere accolto in maniera positiva. Questo perché – sorpresa – tutte le aziende che lavorano con i dati degli utenti conducono esperimenti di questo tipo. Google da solo ha condotto più di 20.000 esperimenti , utilizzando chiunque di noi come cavia, senza che nessuno corresse a denunciare la cosa.

Si potrebbe obiettare che una pratica di questo tipo sia deprecabile, ma la realtà è che nel momento stesso in cui accettiamo di condividere buona parte delle nostre informazioni, attività e contatti con una piattaforma web, dobbiamo rassegnarci all’eventualità che qualcuno utilizzi quei dati per i propri interessi.

Per questo, invece che gridare allo scandalo, sarebbe più utile fare tesoro degli studi condivisi da Facebook. Non fosse altro per prendere coscienza una volta per tutte di quanto i social network possano influire sul nostro umore, sui nostri acquisti, sulle scelte elettorali, e su una porzione sempre più ampia della nostra vita connessa.

 
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