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Facebook, perché è importante il filtro alla foto del profilo

Facile prendersela con gli attivisti da divano: uno studio rivela però che i like e il cambio emotivo delle immagini dell'account hanno effetti concreti

In gergo li chiamano "slacktivist", dall'unione dei termini slacker (fannullone) e activist (attivista): sono quelli che in occasione di eventi di forte impatto mettono un filtro alla propria foto profilo, condividono vignette indignate, distribuiscono manciate di like a contenuti di protesta, per poi tornare alla propria vita con la coscienza pulita.

Prenderli di mira è diventato sport nazionale sul web, eppure, stando a uno studio pubblicato questo mese dalla University of Pennsylvania Annenberg School for Communication, in alcuni casi l'impatto effettivo di questo tipo di attivismo da sofà potrebbe non essere così insignificante.

Il team di ricerca ha passato in rassegna i tweet generati in occasione delle proteste del movimento Occupy a New York nel 2011 e delle proteste di Gezi Park a Istanbul nel 2013, per ricostruire come le notizie legate alle proteste tendano a diffondersi dalla piazza al resto della rete.

I risultati hanno rivelato che in entrambe le situazioni c'era un nucleo di attivisti partecipanti, ossia concretamente presenti in piazza, che twittavano notizie in tempo reale; e parallelamente, un nutrito gruppo di utenti periferici che, ritwittando e rielaborando tweet originali (ad esempio cambiando lingua), contribuivano ad estendere la portata della protesta e a sensibilizzare una sfera più ampia di persone.

Gli utenti periferici possiedono risorse di mobilitazione potenzialmente preziose che incrementano significativamente il numero di individui connessi raggiunti dai messaggi di protesta generati dal nucleo di partecipanti effettivi” si legge nello studio “Le nostre ricerche dimostrano che le persone che partecipano alle proteste con il minimo dell'impegno – spesso derisi e chiamati slacktivist – sono potenzialmente molto importanti se presi collettivamente.”



La cosa interessante dello studio della University of Pennsylvania è che i dati ottenuti studiando i teatri di protesta sono radicalmente diversi da quelli raccolti per eventi privi di connotazioni politiche (ad esempio, la cerimonia degli Oscar): in assenza di un evento focale (sarebbe a dire, una reale protesta in piazza), la dinamica di diffusione delle notizie è molto meno coerente e robusta.

Ma veniamo ora ai filtri applicati alle foto profilo. Il 26 giugno 2015 una decisione della Corte Suprema americana ha dichiarato legale il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti milioni di utenti Facebook hanno dato alla propria foto profilo i colori arcobaleno. Molti volevano esprimere una sincera solidarietà alle lotte LGBT, alcuni magari l'hanno fatto a cuor leggero, ignorando il travagliato percorso che ha portato a quel traguardo; tuttavia, se vogliamo concentrarci sull'effetto di quel filtro arcobaleno, quello che è successo è che la notizia ha avuto una diffusione molto più ampia di quella garantita dai media tradizionali.

Persone che non si erano mai poste il problema d'un tratto si trovavano di fronte a una nutrita quantità di utenti che dichiarava il proprio sostegno (virtuale, è chiaro) a una specifica causa. Se anche solo una piccola percentuale di quelle persone è stata indotta a informarsi e a farsi un'idea più chiara sulla questione, allora utilizzare quel filtro ha avuto un effetto concreto.

Un discorso diverso vale per il filtro con i colori della bandiera francese. In quel caso non c'era una protesta in corso (come nel caso di Gezi Park) e nemmeno una causa da appoggiare (come per i matrimoni LGBT), si trattava piuttosto di una reazione a un evento tragico, una presa di posizione vaga e, per certi versi, controversa (perché scegliere i colori della bandiera francese, quando ogni settimana si registrano tragedie in altri paesi?), che non ha nessun effetto concreto sulla situazione in oggetto.

Sicuramente, per molti quel filtro è un modo facile e indolore per illudersi di aver fatto la propria parte, quando in realtà sarebbe più utile informarsi, condividere un articolo di opinione (o, ancora meglio, sintentizzarne i contenuti), o magari staccare le dita dalla tastiera e prendersi un po' di tempo per riflettere. Questo però non significa che chi ha sul proprio profilo il tricolore francese sia un ipocrita e meriti di essere schernito o insultato.

Uno studio condotto nel 2011 dall'Univeristà di Georgetown mostra che i cosiddetti slacktivist, in media, sono due volte più inclini a spendersi concretamente per una causa (con azioni di volontariato o di promozione), rispetto alla media degli utenti social.

La realtà è che applicare un filtro ha una foto potrà anche essere troppo facile, ma il più delle volte è il prodotto della volontà di esprimere solidarietà, e questo non può e non deve diventare oggetto di cinico sarcasmo. Perché è vero, magari molti slacktivist vogliono solo pulirsi la coscienza, ma allo stesso tempo, molti di quelli che li insultano non hanno altro interesse che mettere a tacere la propria.

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