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Così Facebook sa cosa c’è nelle nostre foto

Basta un trucchetto per capire come lavora l’algoritmo che analizza le immagini postate, capace di riconoscerne particolari e dettagli

Come funziona l’algoritmo che governa Facebook è sempre un mistero. Se sappiamo, più o meno, le regole al quale si attiene quello di Google (nonostante i repentini cambiamenti), Mark Zuckerberg non si è mai soffermato sullo spiegare a fondo le metriche dell’automatizzazione sulla sua piattaforma. Potreste pensare che non ci interessa così tanto sapere tecnicamente come agisce quella sorta di intelligenza artificiale che ordina il news feed a seconda delle nostre esigenze, oppure cattura la cronologia sui siti esterni per mostrarci le inserzioni più rilevanti che rispecchiano le ultime ricerche. Eppure, con un occhio attento, capiremmo quanto siamo importanti per il social network, non tanto per quello che scriviamo ma per quello che produciamo.

Il trucchetto

Bastano due minuti per rendersene conto. Andate nella vostra bacheca e cercate una delle tante foto che avete condiviso. Una volta dentro, basta aprire la console per sviluppatori, in pratica quella finestra che mostra il codice di sviluppo della pagina. Su Chrome il percorso è: Impostazioni (i tre pallini verticali in alto a destra) -> Altri Strumenti -> Strumenti per sviluppatori; su Firefox: Impostazioni (le tre righine in alto a destra) -> Sviluppo -> Analisi pagina. Con una rapida ricerca del testo (CTRL + F e digitando “L’immagine può contenere”) ci si accorge dell’assurda esattezza di ciò che l’algoritmo di Facebook comprende, soprattutto quando si trova ad analizzare panorami con oggetti diversi, appartenenti a varie categorie.

Ma non solo: il software capisce anche dove la foto è stata scattata, se in un ambiente interno o esterno, un’informazione più che rilevante se accompagnata dalle coordinate del luogo, possibili quando viene attivato il tag nelle opzioni dell’app fotocamera dello smartphone ma anche sulle macchine fotografiche compatte e professionali.

 

A cosa serve

Cosa se ne fa Facebook di dati del genere? La prima spiegazione è il contrasto alla pedopornografia. A differenza di quanto avveniva un paio di anni fa, quando gran parte del lavoro di analisi veniva svolto da esseri umani (qui la storia di Paul Zuckerberg), oggi è quasi tutto nelle mani dell’intelligenza artificiale, un mezzo veloce e sempre più affidabile a cui chiedere aiuto. Solo in questo modo, Facebook può riconoscere se una foto contiene scene di nudo (di adulti o bambini), violente o che infrangono gli standard della comunità. Tuttavia, fatti recenti hanno dimostrato come l’algoritmo non sia così perfetto, tanto da censurare opere che sono diventate patrimonio comune, come lo scatto di Nick Ut che ritrae i bambini che fuggono dalla guerra in Vietnam.

Il riconoscere, a grandi linee, cosa c’è in un’immagine, permette a Facebook di donare a chi soffre di handicap visivi di “ascoltare” una foto, tramite l’attivazione del feedback audio di ogni smartphone (alla voce Accessibilità). Il video seguente spiega meglio di ogni altra parola il risultato finale.

Un ulteriore obiettivo è migliorare il FAIR, Facebook AI Research. Si tratta di un gruppo interno che studia progetti atti a comprendere in maniera più avanzata ciò che le persone fanno su Facebook, sfruttando soluzioni informatiche all’avanguardia per dare senso alla mole di dati ottenuti dagli utenti, prodotti dagli stessi iscritti. Lo scopo? Conoscerci a fondo, non solo per finalità di marketing e pubblicità ma anche per ottimizzare ciò che viene mostrato sul flusso di notizie, così da rispecchiare stati d’animo e inclinazioni, scaturite anche dall’analisi delle foto. 

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