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La bufala di Snapchat e delle altre app salva privacy

È boom di servizi che consentono di condividere foto e video in libertà, ma sono vulnerabili

Per centrare il punto non serve chiamare in causa il complottismo, ma partire dal buon senso: non c’è contenuto digitale, sia esso una foto, un video, un documento, un testo breve o lungo qualsiasi, che possa godere dell’anonimato assoluto. Per il fatto stesso di esistere, di essere stato creato, è esposto al rischio di finire tra le mani o sotto gli occhi sbagliati. E nel momento stesso in cui lo si condivide, lo si invia ad altri, quel rischio aumenta in modo esponenziale.

Eppure negli ultimi mesi è passato il messaggio opposto: è stato un fiorire di app e servizi per social network che hanno promesso una zona franca, metodi infallibili per mostrare qualcosa – scabroso o meno non importa – per un periodo limitatissimo di tempo a un cerchio stretto di eletti prima di farlo scomparire. Senza lasciare traccia.

In meno di due anni, ha scritto di recente Forbes, la regina di questa tendenza, Snapchat, è diventata una compagnia da 860 milioni di dollari, con un traffico di 200 milioni di immagini al giorno. Immagini che, questa è la quintessenza del suo funzionamento, arrivano sul dispositivo del destinatario per una manciata di secondi e poi, puf!, vanno via per sempre quando sono state aperte. Di più: se chi le riceve tenta di fare il furbetto, di salvarle per esempio con uno screenshot (sull’iPhone è sufficiente premere in contemporanea due tasti), il mittente riceve una notifica e perde tutta la fiducia che aveva riposto in noi. Un brutto affare, specie se il traffico di foto osé prelude qualcosa di meno digitale.

Il giocattolo è piaciuto, la mania è esplosa, tante inibizioni sono cadute moltiplicando l'andirivieni di questi contenuti usa e getta. Al punto che la stessa Facebook, di solito così abile a dettare il ritmo delle innovazioni in campo social, si è trovata a inseguire. E in tutta fretta ha lanciato Poke, la sua app che fa esattamente la stessa cosa: veste un contenuto di un countdown, un conto alla rovescia di serie prima che si distrugga.

Mashable, invece, ha appena dato notizia di Secret.li , una app che fa qualcosa di ancora più subdolo e raffinato: ci consente di postare sulla nostra bacheca foto che tutti possono vedere, almeno in teoria. Perché gli utenti da noi autorizzati riusciranno a decifrare il contenuto dell’immagine, gli altri noteranno solo una massa insensata di pixel. Il merito è di un filtro, una specie di crittografia visuale che si svela solo ai nostri amici fidati. Finché, dopo un periodo di tempo predefinito, la foto leva il disturbo, sparisce da sola dalla bacheca.

Cominciamo col dire che un’applicazione come Secret.li ha un difetto metodologico ben più grosso di tutte le altre. Nel momento in cui il nostro capo, un parente o un collega pettegolo vedono quell’immagine così strana, possono facilmente capire che abbiamo qualcosa da nascondere. Se proprio non resistiamo, se ci prudono le mani e moriamo dalla voglia di postare le foto della festa in cui ci siamo ridotti così male che peggio non si può, possiamo usare il controllo della privacy di Facebook, magari creando una lista chiusa di amici, anziché improvvisarci 007 da strapazzo. E comunque, lo scrive lo stesso Mashable, Secret.li non ha nemmeno le garanzie (o presunte tali) di Snapchat e affini: chiunque può fare uno screenshot, salvare l’immagine sul telefonino, sul tablet o chissà dove o postarla in chiaro sul social network.

Se dunque questa app sembra sollevare perplessità già al momento della lettura della sua descrizione, le altre hanno dimostrato in fretta le loro lacune. Sui negozi digitali esistono oggi software che permettono di salvare i video e le immagini con il timer senza nemmeno aprirli, senza dunque che inizi il countdown che dovrebbe portare alla loro definitiva implosione. Inoltre, su YouTube ci sono le istruzioni per principianti, è sufficiente un file manager per entrare nelle cartelle di Snapchat e Poke dove risiedono i file che abbiamo ricevuto in attesa di essere aperti. Basta copiarli e incollarli altrove per averli per sempre a disposizione, senza dover fare screenshot rivelatori.

Oppure, senza tante manovre, di nuovo basta ricorrere al buon senso, alla strada più semplice. Ovvero scattare con un altro telefonino una foto allo schermo con l’immagine prima che scompaia. Non sarà perfetta, ma verrà abbastanza bene da confermare – ammesso che ce ne sia ancora bisogno – che le app salva privacy ci mettono poco a rivelarsi per quello che sono: una minaccia per la privacy stessa.
 

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