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Perché l’Antitrust ha multato WhatsApp con 3 milioni di euro

L’Agcm ha concluso la prima indagine sul servizio di chat che la scorsa estate aveva obbligato gli iscritti ad accettare la condivisione con Facebook

Tre milioni di euro, tanto vale la privacy degli iscritti a WhatsApp. La cifra è quella con cui l'Autorità garante della concorrenza e del mercato (nota anche come Antitrust o Agcm) ha sanzionato la piattaforma di messaggistica più famosa al mondo, a seguito della chiusura della prima di due indagini circa le condizioni e le modifiche nell’utilizzo dell’applicazione avvenute un anno fa.

Cosa è successo

La scorsa estate, l’azienda acquista nel 2014 da Facebook, aveva aggiornato le politiche di uso del software, spiegando la necessità di condividere le informazioni di iscrizione di WhatsApp, fondamentalmente nome, cognome e numero di telefono, con il team di Facebook, per fornire un migliore servizio nel caso di integrazioni future.

Quali? Ad esempio una comunicazione via chat da parte del comune di residenza, che ha ottenuto il numero perché seguiamo la sua pagina su Facebook, oppure l’invio di proposte commerciali specifiche, che hanno come mittenti quei marchi che, in un solo colpo, possono ottenere i dati dei loro fan. Insomma una strategia di marketing poco chiara e quanto mai nebulosa, che il Garante della privacy non ha mai digerito.

Utenti raggirati

Nella pratica, a partire dall’agosto del 2016, gli utenti avevano due possibilità: accettare in toto le nuove norme oppure declinarle, alla comparsa di una finestra di notifica alla prima occasione utile (cioè all’apertura dell’app dopo l’aggiornamento). A tutti i nuovi iscritti, successivi all’introduzione delle policy (25 agosto 2016), non era stata data la stessa opportunità, almeno apparentemente, vista la condotta atta a far credere di dover associare il proprio profilo Facebook a quello dell’applicazione per continuare a chattare con i contatti in rubrica.

 

Non è lecito

Sia nel primo che nel secondo caso, il comportamento per l’Antitrust non è lecito, perché riguarda piattaforme differenti, seppur parte di una stessa azienda (Facebook appunto). La richiesta di WhatsApp era accompagnata, per i vecchi e nuovi utenti, da un invito all’accettazione entro 30 giorni dalla stessa, a pena di dover interrompere la fruizione del servizio. Dalle indagini è emersa una difficoltà nella negazione del consenso alla condivisione dei dati anche per i già utilizzatori, vista la non chiara alternativa opt-out che doveva essere esplicata, e l’evidente impossibilità di esercitare il diritto di recesso dopo aver accettato integralmente i termini.

Un servizio inefficiente, per la burocrazia

Nonostante l’invito a rivedere le norme da parte di organi europei, italiani e tedeschi in primis, WhatsApp ha continuato per la sua strada, sbattendo però contro il muro dell’Agcm. L’autorità ne ha approfittato per stilare un profilo del client di messaggistica parecchio inefficiente, almeno dal punto di vista della burocrazia. Oltre al rischio privacy, c’è infatti da discutere sulle limitazioni di responsabilità che permetterebbero alla compagnia di modificare le sue politiche senza preavviso e addirittura di interrompere il funzionamento delle chat in via perentoria e in assenza di motivazioni.

Sognando la California

Per di più, per cause legali entra in gioco solo la legge della California, stato nel quale si trova la sede legale della compagnia, che ha pensato bene di stilare il contratto solo in inglese, così da renderne più complicata la comprensione ai non anglofoni.

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