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Social robot, ecco perché i robot del futuro dovranno essere sensibili

Cynthia Breazeal ha un sogno, creare robot in grado di relazionarsi in maniera emozionale con gli esseri umani. Dopo anni di ricerca al MIT ci sta riuscendo. E il suo lavoro potrebbe rivoluzionare il nostro rapporto con la tecnologia

Leonardo MIT

– Credits: MIT

Cynthia Breazeal ha una missione: umanizzare la tecnologia, ossia dotare qualunque tipo di dispositivo digitale di un’interfaccia “sociale” che consenta agli utenti di rapportarcisi in modo meno rigido, meno freddo, e sì, più "umano".

Messa così, può suonare come una cialtronata. In realtà, Cynthia Breazeal non è una chiacchierona qualunque, è professoressa di robotica associata al MIT e ha da poco lanciato una propria startup, chiamata Jibo , che si è data un’obiettivo piuttosto ambizioso: creare il robot più "sociale" di sempre.

Il che non significa che la Breazeal vuole unirsi a quella schiera di scienziati che fanno a gara a chi riesce a produrre il cyborg umanoide definitivo. No, se Cynthia Breazeal è da sempre nel campo della robotica, il motivo è un altro: fin da quando era bambina sogna un futuro in cui i robot siano in grado di relazionarsi in maniera emozionale con l’uomo.

La tecnologia può risultare disumanizzante” spiega in un bell’articolo pubblicato su RobohubLa tecnologia spesso richiede che noi pensiamo ed agiamo come macchine per utilizzarla. Si interfaccia a noi come se noi stessi fossimo un prodotto tecnologico, attraverso suoni, vibrazioni e attraverso una pioggia di informazioni che ci vengono scoccate senza nessun tipo di riguardo.

E non si tratta solo di buona educazione. Se il team dietro Jibo vuole insegnare ai robot le usanze degli umani, è solo per rendere più facile (e accettabile) il loro atteso ingresso nella nostra società. Fino ad oggi, come dice Breazeal, la tecnologia si è rapportata a noi in modo freddo e meccanico, costringendoci a considerarla come un mero mezzo per velocizzare alcune operazioni e bypassarne altre (come ad esempio la comunicazione con gli altri esseri umani).

Ma se davvero vogliamo avvicinare un orizzonte in cui androidi e intelligenze artificiali ci affianchino, secondo i ricercatori di Jibo, è necessario umanizzare la tecnologia, in modo da renderla più responsiva e capace di sviluppare un’interazione più realistica con l’uomo. E il miglior esempio di tecnologia "sociale", sono proprio i robot:
“Le persone che per lavoro aiutano le altre persone – nell’educazione, nella sanità o nei servizi sociali – sanno bene che effetto possano avere queste relazioni sulle performance delle personespiega Breazeal “Adottare comportamenti salutari aumenta le tue possibilità di invecchiare bene. Forgiare e mantenere relazioni forti con coloro che ami promuove benessere mentale ed emotivo.

Uno dei primi obiettivi di Breazeal e soci è sviluppare supporti robotici per la comunicazione a distanza, sostanzialmente dei robot che possano fungere da intermediari per persone con cui non si può avere un vero contatto e una reale comunicazione. Questi supporti avrebbero la capacità di muoversi e di aggiungere alle semplici parole un corredo non verbale (gesti, o persino espressioni facciali), così che un ragazzino possa addirittura arrivare a giocare a distanza con una nonna lontana migliaia di chilometri.

Ma i robot potranno anche essere utilizzati come personal trainer per mantenersi in forma, o come inflessibili dietologi che ti bacchettano quando non rispetti la dieta. Gli studi condotti finora hanno infatti dimostrato che le persone tendono ad "ascoltare" molto di più un supporto robotico che un computer o una semplice lista di cose da fare scritta a mano.

In un mondo in cui la gente trova sempre più cose da fare e sempre meno tempo per farle, secondo Breazeal, la tecnologia avrà necessariamente un ruolo fondamentale nell’alleggerire le occupazioni umane. In quest’ottica, dei robot più “sociali” potranno servire per accudire i bambini, per badare a persone inferme, o anche solo per fare compagnia agli anziani.

Per questo, Jibo e altre società si stanno concentrando su traguardi apparentemente marginali come: robot in grado di simulare emozioni, anche in maniera fisica (ricordate il robot che suda ?); intelligenze artificiali capaci di comprendere (e utilizzare) il sarcasmo, le metafore, e di rapportare ogni input al contesto in cui viene prodotto e alle condizioni fisiche, mentali e umorali dell’interlocutore.

Ma se per molte tecnologie questo discorso può essere valido, non è detto che lo sia per quel tipo di robot antropomorfi che puntano pesantemente sulla rassomiglianza con l’essere umano. Paradossalmente, più questo tipo di robot si avvicinano all’estetica umana, più c’è il rischio che risultino repellenti all’uomo: un effetto noto come Uncanny Valley .

Non è un caso se, fino ad ora, Breazeal abbia evitato di dare ai propri prototipi sembianze troppo umanoidi. Già bel 2008, la ricercatrice aveva sorpreso tutti mostrando al mondo Leonardo , una specie di peluche semovente che ricordava alla lontana i Gremlins, e che era in grado di rispondere a stimoli umani con reazioni “emozionali”. Ora, Breazeal e colleghi sono al lavoro sul misterioso Jibo, che a presto verrà presentato ufficialmente e che da tempo è atteso come primo vero esemplare di “social robot”.

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