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Il ruolo dei social media negli omicidi in Virginia

L'autoplay di Facebook e Twitter ha dato immediata visibilità al video di Bryce Williams. Una forma di fruizione che trasforma la percezione del mondo

Nell'agosto del 1994 nelle sale cinematografiche usciva Natural Born Killers, un film controverso, che spaccò in due la critica e venne più volte accusato di aver ispirato una serie di omicidi, tra cui la stessa strage alla scuola di Columbine. La cosa interessante di quel film era il tono con cui la violenza diventava oggetto di spettacolarizzazione mediatica, tanto da trasformare due psicopatici assassini in personaggi famosi e acclamati.

A vent'anni di distanza, quella che voleva essere una trasfigurazione parossistica sembra sempre di più una macabra profezia: la spettacolarizzazione della violenza è diventata un genere televisivo a sé, in alcuni giornali è una componente irrinunciabile e non passa settimana senza che le testate online ti servano su un piatto d'argento un video contentente “immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità”.

 

Ieri, però, a Roanoke, questo tipo di tendenza ha fatto un ulteriore salto in avanti, quando Vester Lee Flanagan (giornalista televisivo conosciuto come Bryce Williams) ha ucciso a sangue freddo due ex-colleghi, durante una diretta, filmando lui stesso la scena con l'intento di condividerla a stretto giro sui suoi profili Facebook e Twitter. Ed è qui che si registra lo scarto rispetto a solo un anno fa: caricare il filmato su quei social network, non significava solamente metterlo a disposizione di chiunque, significava costringere un vasto numero di persone a guardarlo senza possibilità di scegliere.

Questo perché da un anno a questa parte, sia Facebook che Twitter hanno introdotto una funzionalità che fa sì che i video nel feed centrale vengano riprodotti in automatico, senza bisogno che l'utente clicchi da nessuna parte. Si tratta di una funzionalità attivata di default, l'utente può decidere di disattivarla, certo, ma molti non lo fanno (o non sanno di poterlo fare). Risultato: nell'intervallo di tempo tra il caricamento del filmato e la chiusura dei profili di Flanagan, il video è stato condiviso da più di 500 utenti e visualizzato da migliaia di altri nel feed principale di Facebook e Twitter.

Se chi ha condiviso il video conosceva il contenuto del filmato, chi se lo ritrovava in bacheca poteva non averne alcuna idea: molti lo avranno iniziato a guardare per curiosità, aspettando che la tensione si sgonfiasse in un epilogo comico, per poi invece ritrovarsi ad assistere a una sorta di snuff movie 2.0.

In quei quindici minuti, la realtà è sembrata più assurda della sua peggiore trasfigurazione satirica.

Naturalmente ora è partito il carosello di polemiche e idignazione, quasi quelle funzionalità fossero state introdotte da pochi giorni (e non invece da mesi), a tradimento, senza dare tempo agli utenti di concepire quali estremi corollari potessero scaturire da un sistema di riproduzione automatica dei video. C'è anche chi crede che la soluzione sia semplice: eliminare l'autoplay dalle piattaforme che non hanno un sistema per filtrare preventivamente contenuti di questo tipo (sarebbe a dire, qualsiasi social network).

Ma il problema è più vasto e ha a che fare con il tipo di consumo mediatico verso cui l'intera industria hi-tech si sta muovendo.

I video riprodotti in automatico sono solo un esempio di una tendenza che interessa non solo i social network, ma anche altri colossi del web del come Google, Amazon e YouTube.

Se un tempo i contenuti mediatici erano qualcosa che l'utente doveva cercare, o comunque selezionare, un numero sempre maggiore di piattaforme sta cercando di bypassare questo passaggio per rendere la fruzione dei contenuti il più immediata possibile. Succede con le playlist automatiche di YouTube, dove guardare un video significa vedere caricare in coda uno successivo che nemmeno sapevi esistesse; succede con Amazon, che per ogni pagina visitata di tempesta di offerte, consigli d'acquisto e di lettura; ma chi sta puntando maggiormente su questo approccio è Google, che con Google Now sta impalcando un'intelligenza artificiale interamente deputata a imparare a conoscerti e a fornirti quello che ti serve prima ancora che tu possa pensare di volerlo cercare.

La riproduzione automatica del video degli omicidi di Roanoke è un esempio estremo, certo, ma proprio per questo aiuta a farsi un'idea del controllo sempre più limitato che l'utente ha su quello che fa, vede e acquista in Rete.

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