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Sony SmartEyeglass vs Google Glass, occhiali intelligenti a confronto

I nuovi smart-occhiali di Sony utilizzano un display a tutta lente e costano meno dei Glass. Ma il problema privacy rimane

Ora che Google ha levato le sue chip dal tavolo degli smart-glass, i vari competitor hanno il permesso di uscire all’ombra. È così che, a un mese esatto di distanza dall’annuncio con cui Google dichiarava di voler riconcepire i suoi occhiali intelligenti, Sony coglie la palla al balzo e si appresta a introdurre sul mercato il proprio paio di occhiali connessi.

Gli SmartEyeglass (questo il nome scelto da Sony) saranno disponibili a partire da marzo a un prezzo indicativo di 620 sterline (circa 840 euro). Il prototipo iniziale sarà dotato di sensori di movimento e luminosità, di un microfono e di una fotocamera da tre megapixel e una batteria capace di supportare fino a 150 minuti di autonomia (80 nel caso si utilizzi la telecamera).

La differenze con i Glass sono lampanti. Innanzitutto, già a un primo sguardo gli SmartEyeglass sembrano un ibrido tra un paio di occhiali da sole a montatura bombata (come quelli utilizzati dagli sciisti) e gli occhialini 3D che ti danno al cinema; l’impressione estetica è forse più invitante di quella dei Glass, ma a giudicare dal video introduttivo potrebbero essere scomodi e difficili da indossare (persino nelle foto promozionali sembrano essere indossati storti).

Ma a differenziarli dagli occhiali di Google intervengono due particolarità molto più determinanti. La prima è il display: invece di circoscrivere la componente visiva dell’interfaccia a un riquadro a lato della visuale (costringendo l’utente a faticose messe a fuoco), il display è integrato nella lente e monocromatico. La componente grafica è ridotta al minimo, una serie di input testuali e iconici di un verde elettrico che dovrebbero risultare meno ingombranti.

La seconda particolarità consiste nell’interfaccia: invece di affidare ogni cosa ai comandi vocali e un bottone ausiliario sulla montatura, SmartEyeglass richiede che l’utente si appunti sulla maglia o sulla camicia un dischetto di plastica collegato agli occhiali con un cavo. Si tratta di una sorta di telecomando, attraverso il quale l’utente si interfaccia con il sistema operativo Android del proprio smartphone senza dover continuamente prendere parola.

Queste particolarità possono risultare sia vantaggiose che svantaggiose. Se infatti il display trasparente e monocromatico consente (almeno ipoteticamente, ancora non abbiamo avuto modo di provarli) un utilizzo meno difficoltoso del dispositivo, è anche vero che la comparsa di dati in sovraimpressione potrebbe creare problemi a livello pratico e legale, dal momento che la visuale di fatto risulta occupata da elementi digitali e la realtà percepita dall’utente è di fatto “aumentata.”

Analogamente, la possibilità di utilizzare gli occhiali senza dover esprimere troppi comandi vocali può essere accolta bene dall’utente, che non deve per forza comunicare a tutti quello che sta facendo, e allo stesso tempo essere accolta negativamente dalle persone che con l’utente si rapportano, dal momento che non possono sapere se stanno venendo registrati, fotografati e registrati.

Insomma, nonostante Google sia momentaneamente in panchina, la partita degli smart-glass è ancora aperta. Ma gli ostacoli in campo sembrano essere gli stessi: a prescindere dalle soluzioni estetiche e funzionali, chi vuole vincere la competizione in questo settore, deve trovare il modo di risolvere il problema legato alla privacy che, al momento, sembra essere il principale motivo per cui il mercato non sembra entusiasta di questo nuovo tipo di dispositivo indossabile.

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