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Smartphone & Tablet

Ecco perché le batterie degli smartphone esplodono

Il caso dei Galaxy Note7 apre un interrogativo importante: cos'è che spinge tanti dispositivi ad auto-incendiarsi? La risposta è negli ioni di litio

Siamo dipendenti dalle batterie. A casa, in ufficio, persino in viaggio molte delle azioni che compiamo sono direttamente collegate a una fonte di energia esterna, consumabile e ricaricabile. Quando qualcosa va storto è inevitabile ritrovarsi “a piedi”, nel vero senso del termine.

Basti pensare che nel 2013, diversi Boeing 787 Dreamliner erano stati messi a terra a seguito di continui problemi alla batteria che alimentava i sistemi di bordo. In più di un’occasione, questa cominciava a surriscaldarsi, emettendo fumo e incendiandosi. Proprio quello che da oltre un mese succede ai Galaxy Note7 di Samsung. Cosa hanno in comune l’aereo e lo smartphone? Una batteria agli ioni di litio.

Non si tratta di casualità o fortuna ma scienza: qualsiasi dispositivo che monta un modulo del genere non è immune alla deflagrazione (minore rispetto a un'esplosione vera e propria, mai avvenuta sui Note7), molto pericolosa e difficile da estinguere, visto che usando l’acqua non si fanno che peggiorare le cose. Cerchiamo di capire perché le batterie agli ioni di litio sono inclini all’autocombustione, partendo dal processo su cui si basano.

Come funzionano

Su ogni batteria, all’estremità superiore e inferiore c’è un elettrodo, uno positivo e uno negativo. Il primo è l’anodo, il secondo il catodo. Tra questi, all’interno della “custodia”, viaggia un liquido di elettrolito, che contiene gli ioni. Nel momento in cui attacchiamo lo smartphone alla corrente, gli ioni si muovono verso l’anodo, mentre man mano che la batteria consuma energia si spostano verso il catodo. Quando il software avverte che al polo positivo non è rimasto più nulla, segnala 0% di ricarica, così parte la corsa alla prima presa disponibile.

Qual è il problema

Il procedimento è semplice e a tratti banale ma non è esente da problemi. Il principale riguarda la possibilità che il trasferimento degli ioni di litio tra le due estremità avvenga troppo rapidamente. Oggi il metodo di alimentazione potrebbe essere più breve del previsto se non vi fosse a priori un limite alla velocità della ricarica; necessaria, perché, a velocità elevate, il litio tenderebbe a unirsi in piastre intorno all’anodo, creando un corto circuito e generando calore. A una certa temperatura, l’elettrolito comincerebbe a infiammarsi, gonfiando e bruciando l’intera batteria.

"Note dolenti"

Ma ai Galaxy Note7 non è successo questo; niente a che vedere con la ricarica veloce, che abbrevia i tempi pur mantenendo il trasferimento degli ioni entro un indice accettabile e sicuro. Può capitare però che durante le fasi di costruzione e assemblaggio di un prodotto, che si tratti di uno smartphone, di un tablet ma anche dello chassis da montare sull’aereo, si creino dei fori nella batteria oppure fuoriescano i dentini dorati che permettono il passaggio dell’elettricità. In ognuno dei due casi, il ciclo di alimentazione subisce degli sbalzi continui, probabile causa di malfunzionamenti e danni nel breve periodo.

Sebbene Samsung non abbia spiegato cosa vi sia dietro la combustione del Note7, è evidente che a monte qualche controllo in più sia mancato. Varie indiscrezioni dell’ultima ora parlano di un difetto di produzione in cui le piastrine interne della batteria sono state schiacciate troppo e, ritrovandosi a una vicinanza estrema, causano una situazione bollente, durante la ricarica o nei momenti immediatamente successivi, quando il telefono sta smaltendo il calore assorbito.

Se ne avete ancora uno con voi meglio riportarlo in negozio. La probabilità c’è, visto che in Italia circolano quasi 2.000 esemplari consegnati in pre-ordine e non del tutto restituiti al mittente.

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