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Dispositivi indossabili, aiuteranno a ottenere un risarcimento danni in tribunale?

Uno studio legale canadese userà i dati di un wearable per dimostrare gli effetti di un incidente su un suo assistito. Potrebbe creare un precedente

Ipotesi uno. Quasi tutte le mattine da un anno abbondante, con costanza, dedizione e passione, puntate la sveglia prestissimo, indossate maglietta e pantaloncini, andate a correre per un’ora e spiccioli. Finché, uno sciagurato giorno, rimanete vittima di un incidente che vi costringe all’immobilità totale per almeno tre mesi. Fate causa all’automobilista che vi ha travolto, chiedete i danni (anche morali, perché salterete come minimo una stagione di maratone), però l’assicurazione che dovrebbe risarcirvi alza un muro di sospetto impenetrabile. Dubita che foste così attivi come disperati sostenete. E però, asso nella manica, anzi al polso, esibite il registro dei vostri allenamenti monitorati e archiviati con perizia dal dispositivo indossabile che vi accompagna da tempo. Numeri, fatti. Una prova incontrovertibile per il giudice. Che infatti vi dà ragione.

Ipotesi due. Siete dei pigroni. Dei pantofolai incalliti. Soprattutto, dei bugiardi senza vergogna. Siete andati a correre sì e no quattro volte negli ultimi tre mesi e siete talmente impacciati che mentre pasticciavate con lo smartphone agganciato al polso, con la musica nelle cuffiette sparate al massimo volume, siete finiti contro una macchina che stava parcheggiando con una manovra degna di una lumaca. Insomma, la vostra richiesta di danni è una messinscena patetica. Ma è sempre il dispositivo indossabile, quello che tenevate al polso per gloriarvi con gli amici e con voi stessi delle ore passate al calduccio nel letto, a inchiodarvi. È l’avvocato dell’assicurazione a chiedere i dati alla società produttrice del bracciale, esibendo di fronte al giudice l’evidenza che il vostro percorso più frequente è quello dal frigo al divano. Altro che risarcimento: vi va bene se scampate a una controdenuncia per falso.

Un po’ estremizzate, queste due situazioni potrebbero diventare possibili. E non sono ipotesi sulla carta. Un ufficio legale di Calgary, in Canada, ha portato i dati raccolti dal dispositivo Fitbit di un suo cliente, un personal trainer, per mostrare che dopo un incidente non ha potuto più allenarsi come avrebbe voluto e potuto. Anzi, che il suo lavoro è stato compromesso. Da qui ne deriverebbe il diritto a esigere un cospicuo risarcimento. Lo scenario che si apre è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che i wearable sono una sorta di scatole nere della nostra esistenza. E che i dati che registrano possono avere usi ben più ampi, più fantasiosi, rispetto al classico ausilio per una condotta di vita migliore o almeno più sana.

Fitbit

– Credits: Fitbit

Sia chiaro: nel caso canadese, è stato il proprietario del dispositivo a decidere volontariamente di esibirne i registri come prova. La corte deciderà se ammetterli come elementi validi oppure no. Ma come giustamente ha sottolineato il blog americano Gizmodo, se diventerà un precedente non sarà difficile che a qualche imbroglione venga voglia di manipolare i dati, di inscenare una truffa per esempio improvvisandosi runner agganciando il bracciale al collare del proprio cane. 

Di certo il tema sarà ancora più delicato, il dibattito parecchio sensato, con la prossima generazione di dispositivi in arrivo: monitoreranno costantemente battito cardiaco e temperatura corporea del loro proprietario, dunque saranno meno manipolabili. Meno trasferibili ad altri, animali e persone, senza che il sistema se ne accorga. A meno di hackerarli, ma qui entriamo in un’altra sfera, si potrà sapere con relativa sicurezza che chi sostiene di averli indossati per mesi per 24 ore su 24 stia mentendo oppure no. «I dati generati dai dispositivi indossabili di un querelante potranno essere esibiti in un processo e screditarlo completamente» conferma Neda Shakoori, un procuratore californiano citato da Forbes.

La frontiera fa gola alle compagnie di assicurazioni, che potrebbero avere uno strumento tecnologico in più per smascherare chi tenta di frodarle, magari con l’ausilio di medici prezzolati e compiacenti. Resta il presupposto, tutt’altro che lineare e facilmente attuabile, che un giudice debba ordinare a un colosso dell’hi-tech di rivelare i dati custoditi nei suoi server sulle attività di un suo cliente se quello non vorrà fornirli spontaneamente. Un po' troppo. C’è la possibilità che tutto si risolva in una bolla di sapone, ma è l’ennesima riprova di opportunità e vizi delle nuove tecnologie. O almeno degli usi che si decide di farne.         

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