Quando vado a ritirare il mio Watch è un giorno di fine giugno e a Milano fa un caldo che sembra di essere a Bangkok. Di certo non mi aspetto che lo smartwatch di Apple riesca a rinfrescare le mie giornate, ma sono sicuro che sarà quantomeno una bella distrazione. Nove mesi - tanto è durata la gestazione dall’annuncio, lo scorso settembre a Cupertino, al debutto in Italia - e tutti i vari resoconti provenienti da Oltreoceano hanno fatto montare non poco il mio livello di curiosità.

Ed eccolo qua, finalmente, il nuovo genere di conforto di Apple. Mentre scoperchio la confezione capisco subito che quello che sto per mettermi al polso non è un prodotto di elettronica di consumo come gli altri. Osservo le due metà della scatola che scivolano l’una sull’altra quasi fossero controllate da un comando pneumatico, l’interno vellutato del cofanetto che sembra quello dell’anello che ho regalato a mia moglie il giorno della grande promessa, persino le plastiche di protezione dell’orologio e del caricabatteria mi sembrano di categoria superiore. Tutto, insomma, è stato curato in modo a dir poco maniacale.

Se il buongiorno si vede dal mattino, penso, il Watch promette bene.

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– Credits: Roberto Catania

Un oggetto raffinato, che quasi non si sente addosso
Ho scelto il modello da 42 in acciaio, cinturino in maglia milanese, lo avevo notato alla premiére organizzata da Apple in occasione della Design Week di Milano, fra i 38 modelli in esposizione mi sembrava quello più raffinato.

Impressione confermata anche a distanza di un mese: appena imbracciato il Watch realizzo di avere addosso un oggetto bello, aggraziato (detto da uno che non ha mai amato i quadranti rettangolari), insomma, uno di quegli oggetti che potrei mettere anche al matrimonio del mio migliore amico senza fare la figura del nerd.

Eleganza a parte c’è un altro aspetto del Watch che mi colpisce: la sua leggerezza, ma forse sarebbe più opportuno dire la sua “freschezza”. Sì perché nonostante il caldo torrido di queste giornate milanesi non avverto il benché minimo fastidio sulla pelle; quella sensazione di corpo estraneo (e appiccicaticcio) provata con certi smartband e altri oggetti gommosi da appendere al polso qui non c'è.

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– Credits: Roberto Catania

Primi passi: l'accoppiamento con l'iPhone e la configurazione
Per accoppiare l’Apple Watch con l’iPhone occorrono sì e no un paio di minuti, il tempo necessario per accendere il dispositivo, inserire l’Apple ID, aprire l’applicazione Watch dal telefono e avviare il riconoscimento inquadrando il quadrante dell’orologio dall’obiettivo della fotocamera dell’iPhone.

Impiego qualcosina in più per decidere quali applicazioni mostrare fra le notifiche e quali nei cosiddetti "sguardi", le schermate riassuntive delle app principali. Ma è tempo speso bene: il Watch sa essere molto petulante quando vuole, meglio tararlo a puntino scremando gli avvisi che servono da quelli inutili.

Intanto comincio a prendere confidenza con tutti i comandi del dispositivo. Contrariamente alle sue abitudini Apple questa volta ha optato per un modello ibrido: il touch screen non è l’unica chiave di accesso al dispositivo, ma uno dei quattro punti di interazione insieme ai due pulsanti fisici (un tasto ovale per l’accesso ai contatti e una coroncina digitale utile per lo scrolling e lo zoom) e al nuovo sistema Force Touch, forse una delle innovazioni più squillanti di questo Watch.

Provo a sintetizzare il concetto per chi si fosse perso le puntate precedenti: il display dell’Apple Watch può essere "toccato" normalmente, ovvero con i classici tap sui pulsanti virtuali, o con una pressione più forte (Force Touch, per l’appunto). Per scegliere il quadrante dell’orologio, ad esempio, non serve addentrarsi in menu e sottomenu: basta pigiare a fondo lo schermo nella pagina di home e scrollare fra i vari temi a disposizione. Funziona. E pure bene.

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– Credits: Roberto Catania

Ho parlato con un orologio
Quanto ai due pulsanti fisici, l’impatto non è così traumatico come si potrebbe pensare. Il tasto ovale sul fianco dell'orologio è sostanzialmente una scorciatoia (comoda) per arrivare prima e meglio ai contatti preferiti.

Leggermente più sofisticato il funzionamento della corona digitale, cui è affidato il controllo - al’insù o all’ingiù - di tutte le funzioni scalabili. La coroncina gira come la rotella di un normale orologio, con la differenza che questa fa molte cose in più: regola ad esempio il colore del quadrante, fa scorrere le righe di testo di un messaggio o di una mail, aumenta o diminuisce il minutaggio del timer o le dimensioni di una mappa. Cliccandola in senso logitudinale, invece, torniamo alla home screen (l’equivalente del tasto centrale dell’iPhone). Bisogna prenderci un po’ la mano ma ci si abitua abbastanza in fretta.

C’è, a dire il vero, anche una quinta modalità di interazione, decisiva quando si tratta eseguire task più complessi, ad esempio effettuare una chiamata o rispondere a un messaggio. Sto parlando ovviamente di Siri, l’assistente virtuale di Apple che qui può essere richiamato pronunciando la parola magica “Hey Siri”! (a display attivo), oppure - meglio - premendo a lungo la corona digitale.

Il funzionamento è molto simile a quanto visto su iPhone. Siri fa sostanzialmente quello che dice, o meglio, ciò che dice il suo padrone: lancia le chiamate, scrive messaggi sotto dettatura, ricorda gli appuntamenti, imposta gli allarmi, apre le app, mostra le indicazioni stradali, le previsioni meteo, i risultati delle partite e molto altro ancora. Se non avete mai preso in considerazione la possibilità di parlare con il vostro telefono, è meglio che iniziate a farlo perché con Apple Watch sarete obbligati a cambiare spesso il registro di comunicazione.

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– Credits: Roberto Catania

In perfetta sintonia con l'iPhone
Fin qui la teoria, ma come si comporta l’Apple Watch nella vita di tutti i giorni? Già dopo la prima mezza giornata di convivenza mi sono fatto un’idea di ciò che funziona e ciò che invece è migliorabile.

La prima cosa che noto - in positivo - è che il Watch lavora in grande, grandissima intesa con l’iPhone. Innanzitutto perché non si disconnette mai (se questa cosa vi sembra banale provate a farvi un giro con qualche smartwatch motorizzato Android Wear, poi ne riparliamo); in secondo luogo perché riesce a replicare praticamente tutte le notifiche che transitano sul telefono, anche quelle provenienti da applicazioni non ancora presenti su Watch Store.

Una vibrazione discreta, un picchettio quasi impercettibile mi avvisa che sta succedendo qualcosa sul mio iPhone: che sia un SMS, una mail, piuttosto che un messaggio di WhatsApp o di Messenger non fa differenza, il Watch riesce a essere uno specchio fedele dello smartphone. Sta a me decidere cosa fare, se ignorare gli avvisi o interagire con essi, eliminandoli, archiviandoli o creando una risposta via Siri.

Va da sé che per le app non ancora presenti sullo store ufficiale di Apple Watch il grado di interazione sia pressoché nullo. Se pensate ad esempio di poter rispondere a un post apparso sulla bacheca di Facebook direttamente dall’orologio, siete fuori strada (dal momento che l’app del social network non è stata ancora rilasciata). Ma è solo questione di tempo: presto o tardi tutte le applicazioni di grido avranno la loro corrispettiva versione per Watch.

Nel frattempo c’è comunque tanto da provare: Twitter, Instagram, Runtastic, Nike+ Running, TripAdvisor, Moovit, Amazon, WunderList, Evernote, Forza Football e molti altri ancori hanno già lanciato la loro personalissima applicazione per Watch, chi - bisogna dirlo - in modo piuttosto conservativo (facendo cioè copia e incolla dell’omologa app per smartphone), chi invece reinterpretando il servizio alla luce delle nuove opportunità offerte dal dispositivo.

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– Credits: Roberto Catania

Display in standby: una scelta obbligata
Ciò che manca su questa prima versione dello smartwatch Made in Cupertino è un’opzione che consenta di tenere il display sempre attivo o comunque in uno stato di semi-quiescenza. L’Apple Watch - così è si vi pare - resta sempre in letargo (leggasi in standby) e si risveglia solo quando capisce che state girando il polso per guardarlo, oppure quando lo toccate.

La scelta di Apple - è evidente - risponde a uno scopo ben preciso: evitare che tutta la carica del Watch evapori in consumi inutili del display (obiettivo pienamente centrato, come si vedrà in seguito). E confida sul fatto che il sensore di movimento dell’orologio è oggettivamente molto sensibile.

Tuttavia questa dipendenza dall'orientamento finisce per essere un po' limitante. Ce ne si accorge, ad esempio, quando si utilizzano le mappe sull’orologio e si è costretti a scrollare il polso di continuo (o a toccare il display) per evitare di restare al buio. Forse sarebbe più opportuno lasciare all’utente la facoltà di decidere cosa fare del suo display, se lasciarlo always on (a suo rischio e pericolo) o se optare per la modalità “eco-friendly”.

Di sicuro, con questa configurazione il Watch non corre il rischio di arrivare a fine giornata col fiato corto. Nella mia prima settimana di prova, posso dire di aver sempre concluso il fatidico doppio giro delle lancette con un’unica carica.

Il vero problema della batteria è semmai un altro: la dipendenza da un altro cavetto (a induzione magnetica) che si aggiunge a quello (lightning) necessario per l’approvvigionamento dell’iPhone. Se, come me, siete soliti ricaricare i vostri dispositivi mobili quando andate a letto, preparatevi a lottare coi grovigli sul comodino. Oppure - alternativa consigliatissima - premunitevi per tempo acquistando un dock con caricatore 2-in-1 per iPhone e Watch.

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– Credits: Roberto Catania

Piccole e grandi abitudini cambiano
"Sì d’accordo, ma cosa puoi fare con l’Apple Watch che già non fai con l’iPhone?" A sgretolare in un sol colpo tutte le mie certezze - o presunte tali - sull’orologione di Apple ci pensa una mia cara amica appassionata di tecnologie, fra le più leste a notare il gingillo che ho legato al polso.

Provo a mostrarle l’opzione per controllare la musica salvata sull’iPhone, la funzione che permette di ritrovare il telefono facendolo squillare a distanza e quella per controllare da remoto la fotocamera, ma mi rendo conto che le mie argomentazioni non sono così convincenti. E in effetti non lo sono.

Perché ciò che fa del Watch un oggetto interessante non è tanto ciò che fa, ma come lo fa. Io, ad esempio, sto iniziando a modificare il mio modo di telefonare, o meglio di avviare la chiamata (visto che poi la conversazione vera e propria la “dirotto” sul telefono): un clic sul pulsante dei contatti, un tap sul simbolo della cornetta e il gioco è fatto. Più rapido e indolore.

Mi accorgo anche che il Watch ha reso la mia inbox di posta elettronica decisamente più leggera, dal momento che posso eliminare le email poco interessanti in prima battuta (vale a dire senza bisogno di aprire il telefono); non è roba da poco, soprattutto per chi, come il sottoscritto, riceve in media dalle 50 alle 100 lettere elettroniche al giorno.

Allo stesso modo posso dire di aver cambiato del tutto il mio modo di consultare le mappe nei percorsi a piedi o, ancor di più, in bici e in motorino. Quei tentativi un po’ goffi di incastrare l’iPhone sul manubrio o sul cruscotto dello scooter sono un lontano ricordo: che avere le indicazioni stradali curva dopo curva a portata di mano, pardon di polso, fa tutta la differenza del mondo, specie quando ti trovi in mezzo a una strada e non puoi permetterti troppe evoluzioni col telefono.

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– Credits: Roberto Catania

In continuo movimento
Chiudo con qualche considerazione sulla parte relativa al fitness e alla salute. Premesso che non sono quel genere di utente che corre o fa sport utilizzando la tecnologia, trovo che le due applicazioni sviluppate da Apple per Watch - Attività e Allenamento - abbiano un grosso merito: trasformare un cumulo di dati sostanzialmente indigesti (passi e battito cardiaco) in qualcosa di più godibile, una vera e propria esperienza.

Arrivato a sera mi piace rivedere ciò che ho combinato durante il giorno, guardando il diagramma circolare con le calorie bruciate, gli esercizi e il tempo passato in piedi. Ma ciò che trovo più azzeccato è la scelta di lasciare al sistema la facoltà di intervenire - di tanto in tanto - per ricordarmi quello che ho fatto (o non ho fatto) per il mio benessere.

Il Watch mi ha sprona ad alzarmi quando sono fermo da troppo tempo, mi ricorda quante calorie sto bruciando, mi avvisa quando ho centrato il mio obiettivo giornaliero. Non sarà quel personal trainer che qualcuno vuol fare credere ma è senza dubbio un bel modo per sfuggire alla sedentarietà

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– Credits: Roberto Catania

Conclusioni
Per qualità dei materiali, finiture, stabilità delle connessioni, ricchezza delle applicazioni e taratura dei sensori, l’Apple Watch è senza dubbio il miglior smartwatch presente sul mercato. E il prezzo, per quanto elevato, ci pare tutto sommato giustificato vista la cura profusa dalla società americana in tutti i piccoli e grandi particolari del dispositivo.

Tuttavia - è inutile negarlo - siamo di fronte a un prodotto con ampi margini di miglioramento. La presenza di un display che si attiva solo con il movimento del polso o in alternativa con un tap sullo schermo è solo la punta dell’iceberg di un dispositivo che dipende ancora troppo dall’intervento manuale dell’utente.

Ci piacerebbe vedere un Watch ancora più proattivo e indipendente dalle nostre azioni. La via da seguire, a nostro modesto avviso, è quella che porta a un modello di interazione completamente alternativo a quello sviluppato per il mondo smartphone, fatto di applicazioni che si aprono da sole (e al momento opportuno) per offrire notifiche, consigli e suggerimenti ancor prima che l’utente sia spinto a farlo.

L’esempio offerto dalle due app per il fitness (Movimento e Attività) ci sembra in questo senso il modello che può segnare la strada su cui far evolvere il dispositivo. Qualcosa in questo senso si vedrà già a settembre con l’aggiornamento a Watch OS 2.0, per il resto dovremo attendere i nuovi modelli della lineup 2016.

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