Sicurezza

NSA senza fine: monitoraggio anche dopo la morte

Le nuove rivelazioni di The Intercept mostrano le “regole” con cui entrare nella blacklist dei federali e da cui è difficile uscire, anche da deceduti

– Credits: cwwycoff1 , Flickr

Nelle 166 pagine pubblicate da The Intercept, il sito di Gleen Greenwald è chiaro che basta davvero poco per far parte dell’esclusiva lista dei presunti terroristi della NSA. La “Watchlisting Guidance” è stata redatta nel marzo del 2013, per una ristretta cerchia di agenti, e resa pubblica qualche giorno fa dal portale dell'ex giornalista del Guardian. Secondo il materiale diffuso dal sito, sono diversi i criteri per cui un normale individuo possa essere targettizzato come “probabile terrorista”. Dalle amicizie ai contatti di lavoro, è tutto sotto l’occhio del Big Brother a stelle e strisce.

Uno dei fatti più rilevanti che emergono dalle pagine del report è che la NSA non fermava il proprio lavoro di spionaggio nemmeno dopo la morte. Il motivo è che il nome di una persona deceduta poteva essere ri-utilizzato come alias da un sospettato, proprio per cercare di fuggire alle eventuali ricerche da parte del governo. Così il nome di migliaia di cittadini americani (ma non solo) morti un anno o venti anni fa, è ancora nei database dell’Agenzia, pronto ad essere analizzato e incrociato con quello di altri individui in giro per il mondo.

Gli stessi nomi e cognomi che, anche post-mortem, sono presenti anche negli archivi degli agenti che controllano i gate agli aeroporti. Un altro punto oscuro dei documenti è infatti al lista “no-fly” che esclude certe persone dalla possibilità di imbarcarsi. Basta essere un omonimo di un terrorista (o presunto tale) per non poter prendere un aereo? La risposta è sì, anche se quel terrorista (o presunto tale) è morto.

A differenza dei documenti precedenti, intesi come vera e propria “parola” da seguire per ogni agente, la lista viene considerata dalla stessa Intelligence solo come una base da cui partire per il lavoro di monitoraggio e non il fine ultimo dello stato-spia. “La National Security Agency – spiega The Intercept - sa che la watchlist non è una scienza esatta”. Si tratta di sorta di manuale con delle regole da seguire nel caso si abbiano dubbi sull’eticità di un certo individuo o un gruppo di persone. Vale più o meno la stessa regola calcistica per cui se un difensore e un attaccante si trovano in aerea di rigore e l’episodio non è chiaro, si fischia a favore della squadra che difende. A vincere è il “dubbio”: nel calcio la colpa è del difensore, per la NSA il cittadino è un terrorista. Un dubbio che basta per essere etichettato come “persona di interesse”.

Il problema è che i criteri per entrare di diritto nella lista hanno acquisito maglie sempre più larghe con il passare del tempo. Stando a The Atlantic , dalla presidenza Bush a quella Obama, complice anche la transizione in anni difficili come il 2001 (per l’11/9), le “scuse” per cominciare ad indagare su una persona per motivi di sicurezza nazionale sono diventate meno chiare e oggetto di varie interpretazioni. Se alla NSA serviva una basa legislativa per portare avanti il proprio lavoro di monitoraggio, il Patriot Act del 2001 gliel’ha data.

L’ultima ombra che si erge dalla diffusione della “Watchlisting Guidance” è la fonte. Sul sito di Greenwald non si fa riferimento ad Edward Snowden o a quanto il ragazzo abbia contribuito a svelare finora. Che ci sia di mezzo un altro informatore? Alcuni indizi dei primi di luglio farebbero pensare proprio di sì.

 
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