Sicurezza

Secondo la NSA siamo tutti terroristi

Errori accidentali, trascrizioni sbagliate e intercettazioni, come è facile diventare un obiettivo degli spioni

Credits: mw238, Flickr

Qualche giorno fa, come avevamo raccontato, un anonimo funzionario del governo britannico aveva invitato il Guardian a cancellare tutti i file rimanenti che riguardavano il Datagate, fatti pervenire da Edward Snowden al giornalista Gleeen Greenwald. Alan Rusbridger, direttore del giornale, si era visto recapitare un messaggio chiaro e preciso quanto agghiacciante: “Avete avuto la vostra occasione. Non c’è bisogno di pubblicare altro”. Il fattaccio, seppur sia avvenuto più di un mese fa, è stato reso noto dal Guardian solo la settimana scorsa, gettando più di un’ombra sull’effettivo ruolo della Gran Bretagna nel panorama di controllo paranoico che ha messo in atto la NSA.

Sembra che in gioco ci sia ben più di quello che gli USA sostengono con il Patriot Act o quello che in Inghilterra chiamano Terrorism Act. Quest'ultimo ha permesso, tra l’altro, di fermare e interrogare per nove ore David Miranda, compagno di vita di Greenwald, e a quanto pare depositario di un po’ di informazioni sul Datagate, tanto che le forze dell’ordine britanniche lo hanno etichettato proprio come corriere del giornalista, normalmente residente in un luogo remoto nei pressi di Rio de Janeiro.

Come hanno fatto notare varie testate d’oltremanica, il fatto che la polizia inglese sapesse a che ora Miranda sarebbe atterrato sul suolo nazionale significa che lo stavano spiando notte e giorno da settimane, forse mesi. Tutto sotto la “copertura” del Terrorism Act. Per una banale, quanto elementare, logica potremmo dire che se cambiamo i soggetti (tutti i cittadini "normali" al posto di Miranda e il sempre presente controllo di PRISM) il risultato non cambia: siamo tutti trattati come (possibili) terroristi. Non si spiega altrimenti la macchina di sorveglianza governativa attuata dai federali. Come sappiamo, gran parte delle informazioni su persone realmente sospettate di terrorismo arrivano insieme a una enorme quantità di dati su tutt’altro genere di individui, una “possibilità di errore” già menzionata  dal presidente della NSA Keith B. Alexander.

Globalmente ci si deve preoccupare di due aspetti della sorveglianza perenne su tutti noi: gli errori accidentali e quelli intenzionali.

Lo scorso anno la NSA ha “commesso” quasi 3.000 errori che vanno dall’identificare un cittadino americano come straniero (e quindi avere la scusa per monitorarlo) ad errori di battitura che hanno permesso agli analisti di seguire telefonate partite da Washington invece che dall’Egitto. È ovvio che gli errori che chiunque potrebbe considerare “accidentali” possano essere, per la NSA, più che “intenzionali”.

Un terrorista è chiunque la NSA dica sia un terrorista. In passato si può ragionevolmente pensare che le agenzie di intelligence mirassero a persone portatrici di una reale minaccia per il mondo. Con la detenzione di Miranda è chiaro che “terrorista” diventi chiunque sia portatore di una minaccia secondo la NSA. Con il senno di poi non c’è da preoccuparsi soltanto per coloro che hanno svelato i misteri, come Edward Snowden o Julian Assange, ma per chi è depositario delle informazioni sugli eventi che coinvolgono i poteri forti. Si tratta dei giornalisti del Guardian, del Washington Post ma anche dei colleghi italiani, francesi e tedeschi. Non si deve essere preoccupati solo perché si condivide una professione con loro, ma perché quando il governo non riesce a fare il suo lavoro oppure cerca di assumere un controllo maggiore sulla vita degli individui, queste persone sono l’unico strumento che abbiamo per arrivare a conoscere la verità, la nostra migliore arma di difesa.

 
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