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Sicurezza

Il grande incubo della casa connessa

L’internet delle cose tra le mura domestiche spalanca le porte a nuove minacce e rischia di consegnare le chiavi della nostra vita ai criminali digitali

Potranno vedere ogni angolo delle nostre case. Non sono quelli già esposti alle webcam dei computer fissi e portatili o ai nuovi occhi elettronici delle smart tv e delle console. Ogni telecamera per la videosorveglianza a distanza – dei bambini, del giardino, dell’ingresso, di una stanza qualunque – sarà, in potenza già è, un lasciapassare agli sguardi indiscreti dei pirati digitali. Una debolezza inedita. Il terreno scivoloso, il rovescio oscuro di una quotidianità sempre più tecnologica. 

Potranno, sempre i criminali armati di mouse e tastiera, sbloccare le serrature che si apriranno con lo smartphone. Sabotare a distanza la nostra lavatrice, il frigorifero, la lavastoviglie. Peggio ancora, manomettere il forno fino a rischiare di farlo esplodere. Creare fracasso accendendo tutti i diffusori domestici al massimo volume. Scatenare il panico spegnendo le luci all’ora di cena o facendo ululare l’allarme in piena notte senza un motivo apparente. O con un motivo preciso: ricattarci, farci sentire sotto assedio. Nella peggiore delle ipotesi, orchestrare un attentato terroristico in un intero quartiere. 

Pare la sceneggiatura di un sadico horror o un lugubre thriller aggiornato ai tempi dell’internet delle cose (almeno 5 miliardi oggi, dieci volte di più entro cinque anni, giurano gli analisti), è invece uno scenario possibile, nemmeno troppo improbabile, che scorre parallelo nel sottobosco dell’invasione prossima dei dispositivi connessi al web tra le mura di casa. La smart home, la chiamano. Tendenza regina consacrata al Ces, la chiassosa, folle e affollata fiera dell’elettronica di consumo che ha chiuso i battenti pochi giorni fa a Las Vegas.

Tra stand e presentazioni, è emerso con chiarezza come ogni singolo angolo delle nostre abitazioni, che il più insignificante oggetto cristallizzato nella sua esistenza analogica, non si accontenterà più di un muto dibattito con se stesso, non si farà bastare la sua limitata funzione odierna. Si aprirà a un dialogo costante con la rete, con il telefonino e il tablet, da cui trarrà forza e impulso per entrare in un sistema coordinato e complesso.

È comodo sapere a che punto è la cottura del pollo o come procede il risciacquo della lavatrice senza alzarsi dal divano. Fa piacere regolare la temperatura del salone a puntino mentre ancora si è nel traffico o controllare che tutto sia al suo posto in camera da letto mentre si scia a settecento chilometri di distanza. E però il prezzo, lo scotto, è che queste informazioni potrebbero essere vulnerabili. Essere intercettate, finire nelle mani sbagliate. Come ora succede ai numeri delle carte di credito, al profilo intero di mal capitati, ai segreti di aziende e industrie poco avvedute.

Edith Ramirez, presidente della Federal Trade Commission americana, un’agenzia indipendente del Governo degli Stati Uniti che si occupa della tutela dei consumatori, ha sciorinato il tema in questi sconfortanti termini a Las Vegas presentando una fitta relazione lunga sei pagine. Non è un appello infondato, uno sparo nel vuoto. Tanti casi recenti raccontano di come i router, i dispositivi da cui passa la connessione a internet domestica, subiscano milioni di attacchi e altrettante violazioni. Alcune, persino, vecchie di tredici anni e mai veramente risolte.

Colpa dei produttori, che non aggiornano i dispositivi come dovrebbero. Per pigrizia, trascuratezza, o perché a un certo punto escono dal mercato abbandonando gli utenti al loro destino. Colpa nostra, che ignoriamo gli aggiornamenti e non li scarichiamo quando ci sono o usiamo password banali o lasciamo impostate quella di default. «Admin», una per tutte: un lasciapassare a disposizione del meno scafato dei cracker, gli hacker con cattive intenzioni.

Con la miccia accesa dalla smart home, la situazione si fa esplosiva. Ogni oggetto diventa un computer. Incluso il tostapane. Incluso lo spremiagrumi. Un fortino con una porta d’argilla, se non corazzato a dovere. In gioco non c’è più tanto e solo la nostra vita digitale, ma la nostra tranquillità reale. Ci pensino i produttori. Propongano standard adeguati e protocolli di cifratura degni di questo nome. Educhino i consumatori a comprendere i rischi, oltre a godersi i benefici dell’ennesima rivoluzione hi-tech. La cura non è respingere il progresso, ma scolpire nella mente le sfide inedite che porta con sé. Temere il peggio non per disfattismo o spirito apocalittico, ma per tenerlo a distanza.  

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