Sicurezza

Hacker cinesi all'attacco del New York Times, la vera storia

Sarebbe la risposta all'indagine sul Primo Ministro cinese Wen Jiabao e all'ascesa della sua famiglia. Rubati tutti gli account e le password dei giornalisti

(DON EMMERT/AFP/Getty Images)

Nel l’ottobre del 2012 il New York Times aveva cominciato a pubblicare un dettagliato report sulle vicende famigliari del premier cinese Wen Jiabao . La testata americana evidenziava una serie di strani arricchimenti dei parenti del premier a partire dalla sua prima comparsa al potere, nel 1998 come vice Primo Ministro. Da quel giorno la madre, il figlio, la figlia e i fratelli, si sono ritrovati d’un colpo ricchi senza nemmeno saperlo. Secondo primi controlli pare che la famiglia Jiabao abbia beni per un valore di almeno 2,7 miliardi di dollari. Cosa c’entri questa inchiesta con il recente attacco hacker a computer, redattori e giornalisti del New York Times è presto detto. Secondo fonti del New York Times gli assalti telematici sono cominciati proprio quattro mesi fa, a ridosso del report sul Primo Ministro, ad opera proprio di hacker cinesi.

In un articolo di ieri , il giornale spiega come ha collaborato con esperti di sicurezza della società Mandiant per contrastare gli attacchi e accumulare prove della presunta provenienza delle violazioni. “Come in passato prove digitali ci dicono che si tratta di hacker cinesi” – si legge sul sito – “utilizzando metodi che i consulenti hanno associato a quelli dei militari cinesi in passato”. Dal canto suo il governo cinese non ha perso tempo nel negare il tutto affermando come: “Tutti questi attacchi portano infondate accuse sul nostro governo, prive di solide fondamenta o ricerche affidabili”.

Secondo il New York Times gli intrusi hanno hackerato e rubato dati dalle caselle di posta elettronica del capo ufficio di Shangai, David Barboza, il reporter che ha scritto l’articolo sulla rapida ricchezza della famiglia Jiabao. “I dati che sembrano aver interessato di più gli hacker – dicono dal Times – sembrano essere stati quelli che svelavano le fonti di Barboza, coloro che avrebbero potuto fornire informazioni sull'inchiesta cinese”. Il team di sicurezza che ha collaborato con la testata ha raccolto sufficienti prove per affermare come siano state trafugate tutte le 54 credenziali di accesso, password comprese, di ogni dipendente del Times, utilizzate per entrare nei personal computer e negli account aziendali, anche al di fuori della redazione.

Nello specifico l’attacco hacker ha previsto l’installazione sui computer di un malware che abilitava l’accesso non autorizzato a qualsiasi macchina connessa alla rete interna. Il virus è stato identificato dagli esperti di sicurezza che sono riusciti anche ad individuarne l’origine: la Cina. Che il paese comunista non sia molto aperto alla cultura occidentale è un dato di fatto. Non solo i siti web in lingua inglese e cinese del New York Times restano bloccati per i cittadini, la stessa sorte è toccata a Bloomberg News che nel mese di giugno del 2012 aveva pubblicato un rapporto sugli interessi commerciali della famiglia di Xi Jinping, il nuovo leader emergente del paese. Le autorità cinesi hanno provveduto ad oscurare anche i segnali audio-video di alcune stazioni televisive internazionali come la CNN e la BBC da quando hanno cominciato a trattare temi che potevano mettere in cattiva luce la forza politica al comando.

Di certo non è la fine della storia” – ha detto Richard Bejtlich, Chief Security Officer di Mandiant – “Una volta che prendono in simpatia una vittima tendono a tornare. Non è come un normale crimine digitale in cui gli intrusi rubano file dai computer e filano via. La porta è stata aperta e ciò richiede un modello interno di vigilanza".

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