Sicurezza

Microsoft contro Google, il Garante già sapeva tutto

A ottobre l’Unione Europea aveva avvertito Google: “Non rispetta le regole di privacy”

Credits: Oneras, Flickr

Microsoft ha dato un'accelerata alla campagna “Scroogled” con la quale denuncia quelle che sembrano essere vere e proprie pratiche di spionaggio da parte di Google. Secondo l’azienda di Redmond, la pratica di Google sarebbe quella di leggere attentamente ogni singola email inviata o ricevuta dai clienti Gmail per proporre pubblicità mirata. Dalla sua Big G ha risposto che in gioco vi è un algoritmo interno e non il lavoro “umano” degli impiegati che quindi non sarebbero a conoscenza dei messaggi scambiati dagli utenti. L’algoritmo di cui parla Google analizza e scansione le email per captare le frasi più ricorrenti e i trend di ogni utente, per fornire poi messaggi pubblicitari coerenti con le passioni e necessità di ogni iscritto alla piattaforma.

Anche se Microsoft, come è facile immaginare, punta molto sul passaggio ai propri servizi, “lascia Gmail e passa a Outlook”, qualcosa di vero nel polverone alzato c’è. La storia delle discutibili politiche di privacy intraprese da Google è vecchia, almeno da quando vi è stato il boom dei social network e delle relative problematiche in termini di privacy e conservazione dei dati personali. Non tutti sanno però che l’Italia, assieme ad altri paesi europei, aveva già lanciato un primo allarme qualche mese fa, inviando una lettera direttamente al CEO di Google, Larry Page.

La missiva è datata ottobre 2012 e contiene un ammonimento circa le nuove politiche di privacy , introdotte nella prima metà dello scorso anno da Google. “Il 1 marzo 2012 – si legge nella lettera – Google ha cambiato le politiche di privacy e i termini del servizio che si applicano a molti dei suoi servizi. Queste nuove politiche assemblano quelle degli specifici prodotti, combinando i dati provenienti dai diversi servizi”. La lettera ha come mittente il Gruppo di lavoro ex Articolo 29 . Si tratta di un organismo consultivo e indipendente, composto da un rappresentante delle autorità di protezione dei dati personali designate da ciascuno Stato membro dell’Unione Europea, dal GEPD (Garante europeo della protezione dei dati) e da un rappresentante della Commissione.

Uno degli obiettivi del Gruppo, oltre ad informare i cittadini sulle pratiche messe in campo da Google è il fatto che Google fornisce informazioni insufficienti ai suoi utenti (inclusi quelli passivi), specialmente per quanto riguarda lo scopo di collezionare informazioni e dati sensibili raccolti dalle diverse piattaforme. “Come organo di protezione dei dati – si legge ancora – ci aspettiamo che Google prenda i provvedimenti necessari per chiarire come ottiene i dati degli utenti e, più in generale, si adegui alle leggi e principi di protezione della privacy”. Il riferimento è ai servizi più popolari di Google, tra cui Gmail, una delle principali fonti di cui il colosso di Mountain View può avvalersi per studiare e analizzare i propri clienti.

Da parte di Microsoft quindi nulla di nuovo se non un’ulteriore occasione di ripensamento da parte di Google sulle sue modalità di azione. Subito dopo l’invio della lettera da parte del Gruppo di lavoro ex Articolo 29, l’Autorità Garante italiana ha incontrato i rappresentanti di Google, sottolineando nuovamente le posizioni europee in materia. “Google tratta i dati di milioni di utenti sparsi nel mondo che non sempre sono consapevoli dell’uso che viene fatto delle loro informazioni personali – afferma il Garante italiano attraverso il Presidente Antonello Soro – “l’azione europea coordinata rappresenta un messaggio importante ai grandi colossi della rete (anche Facebook e co. ndr) affinché stilino regole di privacy più chiare e accettabili”.

E adesso? Ieri Viviane Reding, responsabile Giustizia e Diritti fondamentali alla Commissione Europea, ha dato un ultimo avvertimento a Google e alle aziende statunitensi che operano in Europa. "Se le aziende non europee vogliono operare sul mercato europeo devono giocare secondo le norme europee". Il riferimento è alla proposta di una nuova normativa UE sulla protezione dei dati personali , da adottare entro il 2013. La nuova normativa prevede il rafforzamento del "diritto all'oblio", ovvero la possibilità di chiedere la cancellazione dei dati personali quando non sono più necessari. Inoltre vi sarà una migliore gestione dei rischi connessi alla protezione dei dati online, con la quale chiunque potrà cancellare le informazioni personali se non sussistono motivi legittimi per mantenerli. La normativa prevede un accesso più semplice ai dati conservati con la possibilità di trasferirli direttamente da un fornitore di servizi ad un altro. Ma il punto più importante è la scomparsa del silenzio assenso: quando sarà necessario il consenso per trattare i dati occorrerà chiederlo esplicitamente; il consenso non può essere presunto, come accade ora.

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