Sicurezza

Crowdsourcing per le indagini sulle bombe a Boston

Polizia ed FBI chiedono a chi c’era di collaborare fornendo il materiale catturato con ogni tipo di dispositivo, compreso quello postato sui social network

Credits: PaulSteinJC, Flickr

Sin dai primi momenti dall'attacco terrorista alla maratona di Boston si è capito che un grande aiuto poteva arrivare dalla Rete. I primi video self-made su Vine, oppure le testimonianze e richieste di aiuto su Facebook e Twitter. Solo qualche ora dopo la tragedia Google aveva lanciato la piattaforma Person Finder con la quale lasciare segnalazioni su persone cercate o ritrovate. Una “coralità” di sentimenti che ha portato la stessa Polizia e Intelligence a cercare sull'internet sociale probabili indizi sugli attentatori di cui finora, almeno in forma ufficiale, non si sa ancora nulla.

Non è una sorpresa dunque che gli investigatori del duplice attentato si affideranno in misura straordinaria al vaglio di elementi di crowdsourcing inviati dagli stessi maratoneti, spettatori e cittadini presenti alla manifestazione. Tra i diversi contenuti come fonti delle indagini ci sono, oltre alle foto e video postati su Facebook e Twitter, feed di Instagram e video di Vine. La notizia viene ripresa anche dal sito Wired.com che afferma come la polizia di Boston, guidata da Richard DesLauriers agente speciale dell’FBI vedrà ogni immagine e contenuto che riguarda il 15 aprile di Boston pescati da qualsiasi sito della rete e app mobile. Si tratta di una mossa insolita ma necessaria; gli organi di controllo locali, statali e federali hanno chiesto apertamente a chiunque si trovasse a Boston nei momenti delle due esplosioni di fornire elementi che potrebbero avere potenziale interesse nell’individuazione dei responsabili.

Vorremmo avere prove da qualsiasi tipo di supporto – ha detto Gene Marquez del Dipartimento di ATF a Wired - per includere nelle indagini il maggior numero di elementi possibili”. L’inchiesta attualmente è volta a spulciare tutti i video provenienti dalle videocamere di sorveglianza di Copley Square, ma gli investigatori vorrebbero analizzare un più ampio ventaglio di immagini provenienti da diverse angolazioni e più punti di vista. Per questo si cerca tra le foto e i video scattati con smartphone e tablet. Sono questi infatti i dispositivi con i quali si riesce a fotografare da qualsiasi luogo in cui ci si trovi, particolari che per la Polizia e l’FBI potrebbero essere fondamentali.

Non ci sono limiti al crowdsourcing, i dati utilizzati per l’inchiesta arriveranno quindi da diverse fonti, ufficiali e non. Il rischio, come ammette lo stesso Wired.com, è che si arrivi ad una caccia alle streghe. Il fatto che, per le indagini, si sia richiesto pubblicamente l’aiuto degli spettatori e presenti può essere indice di un’effettiva impasse degli investigatori nel ricostruire un continuum spazio-temporale che possa davvero portare ad identificare i colpevoli. Ma ci si deve anche rendere conto che se in giro ci sono tanti device in grado di fotografare il mondo in digitale, la Polizia potrebbe richiederne l’uso per casi di interesse pubblico come questo. Di certo non può “obbligare” le persone a fornire tali contenuti ma non ci sarebbe motivo di non farlo per aiutare un’indagine del genere. Il crowdsourcing per la raccolta dei dati durante scende del crimine potrebbe diventare una metodologia condivisa per il futuro. Tant'è che i più futuristi sono già a caccia di algoritmi che possono filtrare le immagini in archivio selezionandole per un particolare interesse, come potrebbe essere quello dell’individuazione di piccole borse e strani oggetti lasciati sul ciglio della strada prima di un'esplosione.

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