Mytech

I robot del futuro? Saranno morbidi e anche parecchio flessibili

Gli scienziati del MIT hanno costruito un prototipo simile a un pesce. Potrebbe essere l'inizio di una rivoluzione

– Credits: M. Scott Brauer - MIT Media Relations

Il nostro immaginario sulle possibili forme dei robot risulta abbastanza obbligato: sono scheletrici, con qualche giuntura pieghevole, comunque abbastanza limitati – o almeno oltremodo rigidi – nei movimenti. E anche quando sono coperti da pellicce o altri rivestimenti, toccandoli si capisce che, sotto il pellame o altre morbide armature, la sostanza è identica.

Come ogni paradigma che si rispetti, però, contempla la sua eccezione. Una strada nuova, inedita, che apra prospettive interessanti riscrivendo le regole e ampliando le potenzialità di questo universo, per androidi e non. La rottura degli schemi arriva dai celebri laboratori del Mit di Cambridge, dove hanno lavorato, costruito, assemblato e sperimentato una creatura di chip flessibile. Scivolosa, sfuggente, un po’ viscida, proprio come un pesce immerso nell’acqua potrebbe essere. Anzi, i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology hanno proprio scelto il re di mari, fiumi e laghi, come perfetto portabandiera del loro prototipo.

Un pesce, per l’appunto, in grado di smantellare a uno a uno i limiti tipici di un robot: si muove in modo flessuoso, continuo, e non a scatti. Come la creatura che scimmiotta, sa divincolarsi e fuggire via in una manciata di secondi. Il segreto sono i materiali con cui è stato costruito, su tutti il silicone, e un flusso di gas liquidi che scorre al suo interno per alimentarlo. Garantendogli, per adesso, un’autonomia di pochi minuti, ma si sta lavorando perché raggiunga come minimo la mezzora.

Fin qui la novità è interessante, ma non certamente clamorosa, rivoluzionaria. Può apparire l’ennesimo esercizio di stile da gettare nel pozzo senza fondo delle stranezze; una variazione sul tema delle capacità sublimi ed eccessive della tecnologia. Ma non è così, e sono gli stessi scienziati del Mit a spiegarne la ragione: «Siamo entusiasti per questi robot flessibili per tanti motivi» dice Daniela Rus, professore di ingegneria e direttore del laboratorio di intelligenza artificiale dell’istituto di Cambridge. «Mentre i robot» chiarisce «entrano nel mondo fisico e cominciano a interagire sempre di più con le persone, diventa più facile renderli sicuri se i loro corpi sono così meravigliosamente morbidi e non si creano pericoli se ti colpiscono».

In effetti, è difficile darle torto. Un conto, sebbene ci siano sensori ad hoc che rendano l’ipotesi altamente improbabile, è avere un incontro ravvicinato con un aspirapolvere automatico lanciato sul pavimento a massima velocità (la gamba non ringrazierebbe, il livido è garantito), un altro è andare a sbattere contro una struttura delicata, che si ripiega su se stessa senza subire e al contempo provocare danni. E lo stesso può valere nelle industrie che usano braccia meccaniche per verniciare o assemblare i pezzi nelle catene di montaggio e così via.

Eccola qui, la rivoluzione: un robot, parola di Isaac Asimov, non farebbe mai del male a un essere umano, ma gli incidenti possono sempre accadere. Riuscendo a imporre come standard uno scheletro flessibile in quelle macchine, il loro impatto, le loro conseguenze, sarebbero minori se non del tutto trascurabili. Come procedere dunque? Lavorare per portare quel pesce del Mit con le sue sguscianti meraviglie dove può servire di più. Fuor d’acqua.    

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti