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Rifugiati, così la tecnologia può fare la differenza

Dal servizio che permette ai profughi di comunicare la loro posizione alla app per le cartelle cliniche. Gli scenari discussi durante «TechFugees Italy»

C’è altro dolore di gente qualunque accanto agli orrori di Parigi. È quello di sradicati, rifugiati, profughi, chiunque scappi dalle rovine di un Paese in guerra o sotto lo scacco del terrore. Al di là delle soluzioni politiche, di carità e solidarietà internazionali, possono trovare un alleato inaspettato nella tecnologia.

Ci sono start-up come «What3Words», che offrono strumenti semplici per aggiornare e indicare con certezza la loro posizione in ogni punto del mondo, così i loro cari possono sapere dove sono, mentre chi deve aiutarli ha coordinate esatte per raggiungerli. Non è superfluo: il 75 per cento del pianeta non ha un indirizzo o quell’indirizzo è poco chiaro. Quattro miliardi di individui rischiano di rimanere invisibili perché non localizzabili.

Ci sono colossi tipo Ibm, che affiancano organizzazioni umanitarie no profit come Intersos a trasferire le cartelle cliniche dei migranti nel cloud tramite una app e ad accompagnarli nel loro pellegrinaggio da una terra all’altra. Così chi deve curarli sa come senza ricominciare le analisi daccapo.

Sono stati questi alcuni dei tanti protagonisti, accanto a nomi in prima fila nell’emergenza come Croce Rossa e Save the Children, di «Techfugees Italy». Organizzata in H-Farm, è la costola nostrana di un’iniziativa londinese nata allo scopo di applicare soluzioni di ultima generazione per gestire meglio, in ogni senso, i flussi migratori. Coinvolgendo programmatori e onlus, designer di software ed esponenti delle istituzioni. Tutti intorno allo stesso tavolo, anzi davanti alla medesima platea, per ragionare e mettere le basi di progetti futuri. Anche sulla scia di quelli già in piedi che hanno dimostrato la loro efficacia.

 

«Se devo pesare il valore dell’iniziativa, posso dire che riuscire a coinvolgere comunità di solito così distanti tra loro è stato il primo successo» spiega a Panorama.it Benedetta Arese Lucini, l’organizzatrice dell’evento. «In un futuro neanche troppo lontano» aggiunge «si possono raggiungere grandi obiettivi, inserendo applicazioni e soluzioni digitali nei campi di accoglienza, facendoli diventare parte integrante del lavoro delle onlus». Il coinvolgimento di aziende come Paypal, Amazon, Vodafone e la già citata Ibm pare un buon segnale. Hanno il know-how e la disponibilità economica per impegnarsi e fare la differenza. 

«Forse tre parole» continua Lucini «hanno fatto da filo conduttore: connessione, comunicazione e comunità». Connessione perché i campi hanno bisogno di scambiarsi informazioni tra loro in tempo reale per risolvere eventuali situazioni di sovraffollamento. Comunicazione perché molti migranti sono solo di passaggio in Italia, spesso puntano a raggiungere i Paesi del Nord Europa e ricongiungersi con i loro cari. Stimolarli a interfacciarsi con i contatti che hanno nel Vecchio Continente può essere decisivo. Comunità, perché bisogna curarli e assisterli al meglio. «Per quanto possano essere visibili nei campi d’accoglienza, tali concetti sono anche la base di molte start-up. Alla fine si scopre che i due mondi non sono tanto lontani».

«Questo evento» conclude Lucini «ha promosso due principi in cui credo e che ho sempre sposato: la tecnologia facilita e non sostituisce la professionalità delle persone e quindi bisogna promuoverla invece che ostacolarla; la comunità reagisce sempre più velocemente al cambiamento rispetto alle istituzioni e l’innovazione nasce sempre da iniziative popolari. Che siano nuove forme di lavoro, nuovi modi di comunicare o nuove soluzioni per aiutare le organizzazioni coinvolte nelle emergenze umanitarie. Le istituzioni devono quindi essere visionarie abbastanza da cogliere questo cambiamento e creare un framework legislativo che lo facilita e protegge chi rimane più debole».

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