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I filtri alla Instagram? Sono la tomba della fotografia (e delle app)

Perché condire i nostri i scatti con orpelli digitali non fa di noi dei fotografi migliori

 I filtri alla Instagram? Sono la tomba della fotografia (e delle app)  I filtri alla Instagram? Sono la tomba della fotografia (e delle app)
Credits: Treintanyero @Flickr
di Roberto Catania

Ci sono due cose che vorrei dire su questa cosa della moda dei filtri. La prima è di natura prettamente folkloristica, e prendetela per quello che è: una riflessione personale (e opinabile) sul valore del foto-editing usa e getta nella nostra era digitale. La seconda, forse un po’ più seria, riguarda le conseguenze che un certo modo di fare applicazioni sta determinando sul nostro modo di interagire col Web.

Ma procediamo con ordine. I filtri, dicevamo. Per quelli come me che sono cresciuti con il mito della reflex e delle foto fatte con la fatica e il sudore, questi orpelli digitali sanno un po’ di farlocco, artificioso, posticcio: a vedere certe immagini pubblicate sui social network dagli amici smartphone-dipendenti mi sembra di rivedere quelle racchie del liceo che pur di sembrare carine si coprivano con quintali di trucco (finendo ovviamente per sembrare più brutte).

Il fatto è che quando una foto è bella è bella, poche storie. Non serve condirla coi lustrini e le paillettes. Se riesco a immortalare uno gnu che corre nel bel mezzo della savana, mettendolo a fuoco e centrandolo come si deve, sono stato bravo (e fortunato). Tutto il resto – dai filtri dozzinali all’editing più sofisticato di Photoshop e affini – sono solo un contorno.

Dice: sì, però con Instagram anche le foto fatte col cellulare diventano belle. Perfino la mia fidanzata ha un aspetto migliore. Balle. Come se bastasse mettersi un paio di occhiali con le lenti rosa perché il mondo diventi migliore.

La verità è che Instagram e tutte le applicazioni nate per modificare le immagini sono una via facile per la felicità. Uno specchio del nostro vivere quotidiano ipercinetico e bulimico. Perché non c’è tempo di curare la posa, il tempo di esposizione, il diaframma,la messa a fuoco. Tanto alla fine c’è sempre il nostro smartphone, basta un clic, un effetto miniatura, un filtro granualre e… voilà, il gioco è fatto. Con tanto di applausi e Mi Piace su Facebook.

Il fenomeno è così profondo e diffuso da aver (quasi) modificato il gusto fotografico. Sembra quasi che una foto non sia degna di essere pubblicata sui nostra social senza quell’effetto Toaster o Brannan che ormai vediamo dappertutto. Se ne sono accorti pure i costruttori di macchine fotografiche che pur di accontentare la nutrita schiera di Instagramdipendenti stanno infarcendo le proprie creature digitali di effetti speciali e colori ultravivaci.

Fin qui le considerazioni de gustibus. Poi però c’è un’altra questione. Più seria. Che ha a che fare con l’impatto sul nostro modo di vivere e sfruttare le applicazioni.

Succede che Instagram, che come tutti sanno è di proprietà di Facebook, decida di togliere l’amicizia a Twitter . Insomma, gli utenti della più famosa piattaforma di microblogging del mondo si ritrovano da un giorno all'altro senza poter pubblicare i propri scatti con Instagram. Si dovranno accontentare dei filtri della casa . Finisce qui? No. Per molti è solo l’inizio di una guerra a colpi di effetti seppia e sgranati Polaroid. Magari domani toccherà a Twitter chiudere le porte in faccia a qualche suo simile, che so, Flickr, che proprio oggi ha annunciato l’uscita della sua nuovissima app per iPhone (con tanto di filtri, naturalmente).

La guerra dei filtri, intendiamoci, è solo la punta di un iceberg che ha radici ben più profonde e che coinvolge tutto l’Universo del Web, non solo gli sviluppatori di applicazioni di photo-sharing. A ben guardare quella cui stiamo assistendo è un’autentica lotta di classe fra tutti i big del panorama digitale, sempre più inclini a isolare le proprie app e i propri servizi Web dal resto del mondo. È un trend che ha in Apple il suo interprete di punta, come dimostra la decisione – per il momento poco felice – di sganciarsi dalla applicazioni di Google per fare tutto da sé.

"Twitter, Google, Apple, Facebook pensano di poter fornire tutte le funzionalità digitali immaginabili per l'utente in totale autonomia e a proprie spese", sottolinea John Pavlus in questo articolo dal sommario piuttosto emblematico: Le applicazioni e i servizi web stanno iniziando a funzionare in modo stupido, un po' come il tostapane e il frullatore nel 20° secolo.

Il risultato è che sempre più spesso ci ritroviamo a non poter più condividere i nostri contenuti da un social network all’altro, quando va bene. Perché nella peggiore delle ipotesi ci si può pure perdere nel deserto australiano per colpa di un paio di mappe poco affidabili.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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