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Pirateria online, l’Europa affossa l’accordo. Ma non finisce qui

L'atteso no del Parlamento Europeo è arrivato oggi. ACTA è stato affossato da 478 parlamentari su 517. Gli attivisti del web esultano, ma nella Commissione Europea c'è chi è convinto di potere resuscitare l'accordo

Acta no del Parlamento Europeo

Alcuni europarlamentari festeggiano il no a ACTA – Credits: European Parliament @ Flickr

L’ultimo chiodo europeo nella bara di ACTA è stato piantato intorno alle 14 di oggi. Ad accompagnare sul viale del tramonto uno degli accordi internazionali più controversi di sempre sono intervenuti solo in 39 membri del Parlamento Europeo. Gli altri 478 europarlamentari invece hanno espresso un voto contrario, andando ad aggiungere un fatidico “no” a quelli già espressi da cinque commissioni europee negli ultimi mesi.

Discusso e stilato a porte chiuse fin dal lontano 2007, ACTA è un accordo commerciale tra nazioni che si pone come obiettivo dichiarato la lotta a ogni tipo di contraffazione, termine piuttosto vago che andrebbe a mettere sullo stesso piano la merce taroccata e i farmaci generici, i prodotti falsificati e i file multimediali scaricati dai singoli utenti. Dopo che l’inedita protesta in Rete scatenata dai disegni di legge americani SOPA e PIPA, i riflettori della comunità Web si sono concentrati su ACTA. Secondo diversi giuristi e attivisti, infatti, l’accordo andrebbe a minare i presupposti della libera condivisione in Rete, introducendo misure a tratti illiberali volte alla tutela delle grandi compagnie cinematografiche e discografiche. A gennaio diversi stati dell’Unione Europea avevano sottoscritto l’accordo facendo deflagrare vive proteste in tutta Europa. Lo scorso 11 febbraio decine di migliaia di persone avevano occupato le piazze europee, costringendo i relatori dell’accordo a modificare alcuni passaggi controversi come la facoltà degli agenti di frontiera di setacciare laptop e lettori mp3 in cerca di file illegali. L’accordo è poi passato sotto le forche caudine di cinque commissioni europee ricevendo solo bocciature. Oggi, infine, il Parlamento Europeo è stato chiamato a votare, e ha espresso un forte e inequivocabile: no.

C’è chi parla di “dichiarazione di indipendenza da Hollywood”. Chi, invece, come l’europarlamentare scozzese David Martin , ha incoronato il voto di oggi come “la più grande sconfitta legislativa di sempre per la Commissione Europea”, ricordando, com’è giusto, le trattative portate avanti a porte chiuse dalla Commissione Europea e il voto favorevole espresso da gran parte degli stati dell’UE lo scorso gennaio. Certo, quella di ACTA è una sconfitta pesante, che riecheggia in modo cristallino l’affossamento di altri provvedimenti liberticidi come SOPA e PIPA, tuttavia, i giochi potrebbero non essere del tutto chiusi.

Di sicuro non lo sono per il commissario europeo per il commercio, il belga Karel De Gucht, che già nella giornata di ieri, probabilmente aspettandosi il no del Parlamento Europeo aveva messo le mani avanti : “Se il Parlamento decide per un voto negativo, lasciatemi dire che la Commissione porterà comunque avanti questa procedura dinanzi alla Corte, come è nostro suo compito fare. Se la Corte metterà in discussione la conformità dell’accordo con i Trattati, a quel punto decideremo come affrontare la cosa. Come prima cosa, potremmo considerare di proporre l’aggiunta di elementi chiarificatori ad ACTA. Ad esempio per quanto riguarda il suo implementamento in ambito digitale.

Sarebbe a dire: la valutazione del Parlamento Europeo non ha importanza, se la Corte Europea riterrà che ACTA è compatibile con le leggi europee, bene, altrimenti si può sempre riscrivere l’accordo e ripresentarlo al Parlamento. Il problema, come molti fanno notare, è che l’accordo è già stato firmato dai paesi appartenenti all’UE, e non può essere corretto ulteriormente. Nel caso invece si decidesse di scrivere un nuovo trattato-clone di ACTA e sottoporlo di nuovo al vaglio del Parlamento Europeo, allora probabilmente avrebbe ragione chi sostiene che la scelta di cercare l’approvazione del Parlamento fosse solo un tentativo di prendere tempo per stilare un trattato meno compromettente.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che ci sono nazioni che hanno sottoscritto il trattato e potrebbero ancora ratificarlo: Australia, Canada, Morocco, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Stati Uniti.

Comunque sia, il voto di oggi va ad aggiungersi alle battaglie, alle petizioni e alle roventi campagne che negli ultimi mesi hanno dimostrato quanto la comunità Web sia sempre più attenta (e informata) sulle questioni che riguardano la libertà di espressione in Rete. Anche senei prossimi mesi spuntasse un nuovo ACTA, non sarà così facile farlo passare intatto attraverso le maglie di un fronte sempre più trasversale, attivo e compatto.

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